Lo specchio affumicato

Estratto da: “I quattro accordi” di Don Miguel Ruiz – Ed. Il punto di incontro

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Tremila anni fa, c’era un essere umano come voi e me che viveva vicino a una città circondata di montagne. Studiava per diventare un uomo della medicina. Voleva imparare la conoscenza dei suoi antenati, ma non era totalmente d’accordo con le cose che studiava. Sentiva nel cuore che doveva esserci qualcosa di più.

Un giorno, mentre dormiva in una grotta, sognò di vedere il proprio corpo addomentato. Uscì dalla grotta in una notte di luna nuova. Il cielo era sereno e c’erano milioni di stelle. Poi gli accadde qualcosa che trasformò la sua vita per sempre. Si guardò le mani, sentì il proprio corpo e udì la propria voce dire: “Sono fatto di luce. Sono fatto di stelle”.  Guardò di nuovo le stelle e si rese conto che non sono le stelle a creare la luce, bensì è la luce che crea le stelle. “Tutto è fatto di luce” disse ” e lo spazio tra le cose non è vuoto”. Seppe che tutto ciò che esiste è un unico essere vivente e che la luce è la messaggera della vita, perchè è viva e contiene ogni informazione.

Quindi si rese conto che, benchè fosse fatto di stelle, lui non era le stelle. “Io sono ciò che è tra le stelle”, pensò. Allora chiamò le stelle tonal e la luce tra le stelle nagual; seppe che ciò che crea l’armonia e lo spazio tra loro è la Vita, o Intento. Senza vita, il tonal e il nagual non potrebbero esistere. La vita è la forza dell’assoluto, è il supremo, il Creatore che crea ogni cosa.  Ecco ciò che scoprì quell’uomo: tutto ciò che esiste è una manifestazione dell’essere vivente unico che chiamiamo Dio. Inoltre, arrivò alla conclusione che la percezione umana è luce che percepisce altra luce. Vide che la materia è uno specchio (ogni cosa è uno speccio, che riflette la luce e crea immagini di quella luce) e il mondo dell’illusione, il Sogno, è come fumo che non ci permette di vedere ciò che viamo veramente. “Il nostro vero sé è puro amore, pura luce” disse.

Questa scoperta cambiò la sua vita. Ora sapeva chi era veramente e, guardando gli altri uomini e la nautra, restò stupito di vedere se stesso in ogni essere umano, in ogni animale, in ogni albero, nell’acqua, nella pioggia, nelle nuvole e nella terra. Vide che la Vita mescolava il tonal e il nagual in modi diversi, creando miliardi di manifestazioni viventi.  In quei pochi momenti comprese tutto. Era molto eccitato, ma il suo cuore era pieno di pace. Non vedeva l’ora di comunicare al suo popolo ciò che aveva scoperto. Ma non c’erano parole con cui potesse spiegarlo. Ci provò, ma gli altri non lo capirono. Potevano vedere che qualcosa in lui era cambiato, che i suoi occhi e la sua voce irradiavano bellezza. Notarono che non giudicava più nulla e nessuno e che era diverso. Quell’uomo capiva tutti, ma nessuno capiva lui. Credettero che fosse un’incarnazione di Dio.                       Lui sorrise e disse: ” È vero, io sono Dio. Ma anche voi lo siete. Noi siamo la stessa cosa. Siamo immagini di luce. Siamo Dio” . La gente però continuava a non capire.   Aveva scoperto di essere uno specchio per gli altri, uno specchio in cui poteva vedere se stesso. “Tutti siamo specchi” disse. Vedeva se stesso in tutti, ma nessun altro vedeva se stesso in lui. Allora si rese conto che tutti erano immersi in un sogno, ma senza consapevolezza senza sapere ciò che erano veramente. Non potevano vedersi in lui, perchè tra gli specchi esisteva un muro di nebbia, composto dalle interpretazioni delle immagini di luce che costituivano il Sogno degli esseri umani.

Allora seppe che presto avrebbe dimenticato ciò che aveva imparato. Tuttavia voleva ricordare le visioni che aveva avuto e si diede il nome di Specchio Affumicato, in modo da sapere sempre che la materia è uno specchio e il fumo che separa gli oggetti è ciò che ci impedisce di sapere chi siamo. Disse.” Io sono lo Specchio Affumicato, perchè vedo me stesso in tutti voi, ma non possiamo riconoscerci a causa del fumo che si separa. Questo fumo è il Sogno e lo specchio siete voi: i sognatori”.

Itaca

Estratto da: “Il bisogno di pensare” di Vito Mancuso – Ed. Garzanti

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( prima parte – Pensanti o non-pensanti)

(seconda parte)

Io appartengo a quegli esseri umani che hanno bisogno di pensare, e sottolineo bisogno, non necessità. Nel linguaggio ordinario i due termini sono sinonimi, indicano l’urgenza di procurarsi qualcosa che manca e che serve, o anche di sbarazzarsi di qualcosa che grava e procura disagio, come quando diciamo di avere “un bisognino”. Ma io qui li distinguo, intendendo la necessità come un’urgenza che nasce da fuori, da una realtà esterna al soggetto e che gli si impone, e che per questo è fredda, severa, meccanica; e intendendo il bisogno come un’urgenza che nasce da dentro e che lo rende strettamente imparentato con il desiderio, e che per questo è caldo, ardente, potenzialmente creativo. Riprendo, in altri termini, la differenza posta da Aristotele tra cose necessarie e cose buone, laddove le prime vengono amate per causa di altro in quanto servono alla vita (per esempio, il denaro), mentre le seconde vengono amate per se stesse, “anche qualora non ne derivi nulla di diverso” e per questo “devono essere dette buone in senso proprio” (per esempio, la foresta o il mare). E benché secondo i filologi l’assonanza sogno-bisogno non abbia nessun fondamento etimologico (perchè sogno viene dal latino, mentre bisogno dall’antico germanico), rimane tuttavia che rispetto alla necessità che esprime la voce della dura realtà il bisogno è più vicino al sogno e alla sua capacità di generare utopia.

In quanto essere umano dotato del bisogno di pensare perchè attratto dal sogno di una vita diversa e migliore, io ritengo essenziale affrontare la questione del perchè si vive, soprattutto nel senso finale cui l’avverbio perché rimanda: a mio avviso si tratta della condizione indispensabile per dar sì che il nostro passare su questa terra risulti un viaggio e non un disordinato vagabondaggio. Vi ripresento quindi la domanda: perché vivete? Quale scopo date al vostro essere qui? Cosa volete da voi stessi? Dove traete l’energia per camminare in equilibrio sulla fune della vita?

Io sono convinto che questa vita sia per tutti un’odissea, ma che un conto sia avere un’Itaca nel cuore e nella mente, un altro l’esserne privi. Si può vivere senza Itaca?  Ognuno risponda da sé, io vedo che alcuni vi riescono senza problemi e senza patemi, anzi, persino con un senso accresciuto di leggerezza e di libertà. Quanto a me, non vi riesco […] La questione non è né accademica né salottiera, ma privata, esistenziale. La pongo con la consapevolezza di trovarmi in un ambito dove non è possibile recitare, di fronte al compito di esistere al cospetto di se stessi, giorno dopo giorno, anno dopo anno […]

Qui intendo indagare il criterio in base a cui mi alzo la mattina, oriento le mie scelte, dico di sì e dico di no, accetto una proposta e ne rifiuto un’altra, coltivo un’amicizia, imposto le mie relazioni, scelgo o non scelgo di fare o non fare qualcosa. Mi chiedo tutto ciò al cospetto della quotidianità in cui si scandisce la mia esistenza. Scoprire  cosa veramente voglio è essenziale per scoprire chi veramente sono. Il mio desiderio mi definisce. La mia Itaca detta la rotta.

Pensanti e non-pensanti

Estratto da: “Il bisogno di pensare” di Vito Mancuso – Ed. Garzanti

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Quanti  anni  avete?  Diciassette,  ventuno, cinquantacinque, ormai quasi sessanta, o forse sono già ottanta?  Qualunque età abbiate, io vi chiedo qual è il vostro punto di orientamento in questa vita che scorre, che viene da una bianca sorgente che non conosciamo  e  va  verso  un mare nero che conosciamo ancor meno.  Io, alla mia età, ancora mi chiedo  a  cosa  affidarmi per trovare  direzione  e  sostegno,  perché  di  un sostegno ho bisogno, questo è sicuro, questo lo sento, a volte con un dolore sottile e penetrante che mi pervade tutto il corpo, specialmente la sera.  Anche  voi  l’avvertite  talora,  o  non  sapete neppure di cosa parlo? Mi capite, o pensate che io sia solo un disadattato cui concedere un sorriso di circostanza?

A prescindere però dall’impressione che vi faccio, la mia domanda rimane. Dopo aver scoperto  il principio della leva Archimede dichiarò: “Datemi un punto di appoggio e solleverò il mondo”. Ebbene io vi chiedo: quale punto di appoggio avete per sollevare il vostro mondo dalle bassure dell’esistenza quotidiana? Oppure non ve ne curate? Oppure preferite stare bassi, rasoterra, a volte persino strisciare, perchè si fa meno fatica e non c’è pericolo di cadere?

Voi mi direte di farmi i fatti miei. Io però insisto e pongo la questione anche dal punto di vista dinamico chiedendo: lo sai in base a cosa ti muovi? Lo sai verso quale scopo dirigi la tua energia vitale?  Sei consapevole del metodo con cui affronti la vita e del fine che vi persegui?  Lo sai qual è il criterio del tuo procedere in equilibrio sulla fune della vita?  Alcuni considerano questi discorsi filosofemi irritanti, altri si sentono sprofondare nella noia al solo sentirli. Conosco l’obiezione: “Vivere! A me basta vivere, seguire il mio istinto e quello che mi va! Che me ne faccio di tutte queste teorie?”. Molti la pensano così, l’aveva già osservato Goethe quando scrisse a proposito della vita: “Tutti la vivono, non molti la conoscono”. Schopenhauer al suo solito era ancora più tagliente: “Se si considera attentamente quanto grande e palese sia per noi il problema dell’esistenza, di questa esistenza ambigua, tormentata, fuggevole e simile al sogno[…] e se poi si osserva come tutti gli uomini – tranne alcuni pochi e rari – sembrano non rendersi conto di questo problema, anzi non esserne affatto cosapevoli, bensì preoccuparsi  di tutto meno che di esso […] se si riflette bene a ciò, io dico, si può cominciare a credere che l’uomo si chiami essere pensante soltanto in un senso assai lato della parola”.

Non c’è nulla di strano quindi, anzi nulla di originale, nel fastidio provato da molti di fronte al tentativo di indagare il senso del nostro essere qui: per chissà quante migliaia di anni siamo stati raccoglitori e cacciatori, e anche adesso lo siamo, raccogliamo e cacciamo denaro-piaceri-emozioni nutrendo in questo modo il nostro istinto vitale. Così è del tutto secondo copione che per alcuni le filosofie e le spiritualità siano solo una seccatura, e che esista unicamente la voglia di vivere e basta, senza tanti pensieri.

Per qualcuno però non è così. Sarebbe interessante chiedersi come mai. Come spiegare questa distinzione tra chi si pone le domande esistenziali e chi no? Io non so cosa rispondere […] Mi vengono in mente le parole di Norberto Bobbio, quando, cogliendo a sua volta questa linea di divisione che attraversa il genere umano, affermò che secondo lui “la differenza rilevante non passa tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti”.

( SECONDA PARTE – ITACA )

Il sentire

Estratto da: Le emozioni che curano  di Erica Francesca Poli – Ed Mondadori

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Sentire: parola che evoca esperienze, e altrettante domande. Parola che dice quel che non si può dire fino in fondo, quel che non si può esprimere del tutto, si può sentire soltanto. E quando lo si sente, è vero, senza bisogno di commento, senza se e senza ma.
Il sentire è la via più potente attraverso la quale diamo senso alla nostra vita ed è anche ciò da cui maggiormente ci difendiamo.
Il dizionario, alla parola “sentimento”, suggerisce un volo di concetti che plana dal versante degli affetti al crinale del carattere e dell’etica. È interessante notare come l’espressione “lasciarsi guidare dal sentimento” intenda quest’ultimo in contrapposizione alla ragione, mentre in Boccaccio come in Dante il sentimento è la coscienza: ”Che balenò una luce vermiglia / la qual mi vinse ciascun sentimento; / E caddi come l’uom cui sonno piglia” (Divina Commedia – Inf. III vv 134-136).
In fonti ancora più antiche il sentimento era l’atto del sentire, quindi riconducibile anche ai sensi, eppure al contempo collegato al senno, al dominio di sé, come se in origine, quando res cogitans e res extensa non erano state ancora separate, sentire con i sensi e avere padronanza di sé fossero un tutt’uno: era con pienezza di sentimenti che nell’Ottocento si scrivevano i testamenti…
Il plurale del sentimento si sfrangia nei colori dell’amore, dell’odio, dell’amicizia, ma a volte trascina con sé anche le emozioni, fino a dare sostanza a un modo di pensare e di sentire, a “tonalizzare”, se così si può dire, il carattere.
Le dita lunghe del sentimento si spingono sino al divino, quando la fede si definisce sentimento di Dio, e scendono al centro della coscienza con il “semplice sentimento dell’esser proprio” di Leopardi ((Dialogo di un fisico e di un metafisico – Operette morali).
Questo breve excursus, certo non esaustivo, mostra tuttavia la complessità semantica del sentire, che è insieme sensazione, moto affettivo, emotività, coscienza di sé e capacità dell’animo di percepire il reale.
È il sentire, più di ogni altra facoltà, che comprende le dimensioni del nostro esistere.
Il sentire non è cieco, ha un’intelligenza propria, differente da quell’intelligenza che attribuiamo al pensiero logico deduttivo o razionale. Ha un’intelligenza diffusa tra la mente, il cuore e il corpo nella sua interezza, espansa e intuitiva.
Il sentire è vivo, è qui, ora, inevitabilmente, poiché quando immagini un evento futuro che ti comunica emozioni, quel che senti lo senti comunque adesso.
Il sentire guida le decisioni più di quanto pensiamo, plasma persino il cervello.

[…] È così che biochimica, neuroscienze, psicologia, antropologia, etologia, ma anche storia, cultura, religione, arte si collegano, dialogano, dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, dal pensiero al corpo e viceversa, in una danza di risonanze che rende tutto, a guardarlo nell’insieme, così incredibilmente pregno di senso e di bellezza, di umanità e di trascendenza.
Questo movimento di connessioni è il cuore stesso del potere che hanno e del ruolo che le emozioni svolgono dentro di noi, e ha la qualità per fare da ponte, e non si limita a unire due punti, li fa diventare un sistema dinamico, creando il dialogo del loro stesso divenire.
Arduo se non impossibile separare cervello, mente, corpo dalle emozioni che li animano, difficile studiare le emozioni senza dover fluire tra alto e basso, destra e sinistra, tra cervello corticale e sottocorticale, tra mente e corpo, tra un emisfero e l’altro poi tra cuore, cervello, viscere, pelle, occhi, sensi e di nuovo pensieri, parole, immagini e sentimenti.
E la meraviglia è che non possiamo tracciare un confine netto che separi l’una cosa dall’altra, la scienza ci ha provato per secoli e la storia della scienza è anche la storia di uno spostamento continuo del limite di ciò che possiamo definire.
La verità del sentire è che è composto di tutto questo e di molto, molto di più, e di esso nulla può davvero essere compreso come un pezzo a sé stante, e così è esattamente l’individuo. […]

Le emozioni influenzano le nostre decisioni, i pensieri, la biochimica del nostro corpo, le risposte del sistema immunitario, persino lo sviluppo del nostro cervello quando siamo piccoli e la neuroplasticità del sistema finché siamo vivi.
Così come lutti gravi, traumi violenti, abbandono, possono distruggere individui e segnare intere famiglie, allo stesso modo esperienze emotive di riparazione, quali che siano, possono catalizzare un processo che possiamo davvero definire di “guarigione” se con essa intendiamo il ripristino della forza vitale che anima un individuo, dell’armonia dei suoi sistemi, della visione d’insieme che permette di riconoscere la forma dell’elefante al di là delle sue parti e ne ritrova il senso.
Le emozioni sono al crocevia di tutto questo: il potere trasformativo e curativo che respira nel poterle sentire e vivere per ciò che sono, intensamente e liberamente, è incommensurabile. Esso sposta il limiti di ciò che è vivibile, oltre quello che la logica crede. Se lo puoi sentire e accogliere, allora lo puoi affrontare.
[…] Nessuno di noi potrà mai sfuggire a se stesso, ed è con noi stessi che trascorriamo la nostra vita. Le emozioni possono rendere questo viaggio con il nostro sé infernale o piacevole o persino meraviglioso, nonostante gli ovvi e inevitabili rovesci che prima o poi tutti sperimentiamo. […]

Le emozioni si collegano alle dimensioni più astratte della mente come le cognizioni, alle declinazioni della volontà come le decisioni, tanto quanto a ciò che di più fisico abbiamo, esse si trovano al punto d’incontro di mente, cervello e corpo e li rendono inseparabili.  […]
Ciò che a me pare più importante, in questa sede, è cominciare a considerare che la tua vita, le tue scelte, quello in cui credi e che pensi sia assai più connesso alle tue emozioni di quanto immagini, e che queste emozioni parlino di un te che è ancestrale, precedente la tua razionalità, inconscio, embodied, cioè completamente incarnato, impastato di soma.
Hai un cervello emotivo che è un cervello nel cervello, antico, istintivo, animale, in relazione costante con altri cervelli del tuo corpo, quello del cuore e dell’intestino e quello di ogni cellula, oltre che essere mediato dalle attivazioni o disattivazioni del sistema nervoso autonomo, dai flussi endocrini e dalle risposte immunitarie.
In ogni istante, anche adesso, mentre leggi, la tua vita è uno sforzo costante di simbiosi tra la psiche, i pensieri, i desideri, il tuo cogito ergo sum e questo mondo, che dice sentio ergo sum al di sotto della corteccia cerebrale e al tempo stesso in comunicazione con essa, che è intriso di emozioni.
Questa natura emozionale parla un linguaggio dentro di te che non è fatto di parole, ma di sensazioni e immagini. Non lo puoi costringere a fare quello che la tua razionalità vuole. Segue le proprie leggi istintuali. È pieno di forza, gestisce tutto il tuo organismo, fa battere il tuo cuore, ti fa respirare, gestisce i tuoi ormoni. Ti permette di essere qui a pensare. Custodisce anche i meccanismi segreti dell’alchimia delle sostanze, dei neuropeptidi, e ha più probabilità di aiutarti a stare bene o a guarire di quanto non ne abbia tu con i tuoi discorsi. È vicino alla vita della natura, è il tuo cuore selvaggio. Racconta le tue esperienze dell’infanzia e persino quel che è accaduto prima di ciò che tu puoi ricordare. Inoltre, attraverso il tuo DNA, porta con sé anche i doni o le ferite dell’evoluzione della specie e della tua genealogia.
Tu sei il frutto di questo processo: quando dici “io sono”, stai dicendo io sono le emozioni che hanno plasmato la mia specie, la mia genealogia, il mio mondo infantile, lo sviluppo del mio cervello, del mio sistema nervoso, delle mie stesse cellule in associazione con l’ambiente, il cibo, l’acqua e l’aria che ho introdotto in me. Potrebbe sembrare quasi eccessivo, ma quello che abbiamo compreso è che davvero le emozioni rivelano meglio di qualsiasi racconto chi siamo noi e come reagiamo alla vita.

[…] Allora, quando tu, lettore o lettrice, dici che vuoi cambiare qualcosa della tua vita, e pensi a come fare, stai vedendo solo la punta di un iceberg, e dovrai fare i conti con la sua parte sommersa fatta di tutto quello che abbiamo chiamato emozioni, programmi affettivi, matrici innate e automatiche plasmate dall’esperienza dei primi anni di vita. E se pensare di non curarsene potrebbe procurarti uno scontro rovinoso come quello del Titanic, al contrario comprendere che è a questa parte sommersa che devi rivolgere la tua attenzione ti metterà in condizione di disporre del potere più grande che è nella forza delle emozioni.
Sentirle, incontrarle, attraversarle, sperimentarle primariamente nel corpo, dare loro un nome, quindi comprenderle nei molteplici significati che veicolano e utilizzarle come strumenti di consapevolezza di sé, dell’altro, della relazione, della malattia e della salute: questo è il percorso che può condurre dalla prigione dei copioni, che non vuoi ma che si ripetono, alla libertà di chi affronta quel che sente e quel che accade nel pieno delle facoltà che è possibile ottenere da questa strana commistione di anima e corpo che siamo.

 

Delicati equilibri

Estratto da: “Il tempo delle emozioni” di Aldo Carotenuto – Ed. Bompiani

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La capacità di riflettere sui personali stati affettivi ed emozionali risulta essere la colonna portante affinché ogni individuo sappia ascoltare la voce della propria anima ed esprimere al meglio la sua autenticità. Essere se stessi, e soprattutto percepire una aderenza psicologica tra il Sé e l’Io, ossia tra il mondo interiore e la percezione che ognuno ha di esso, rappresenta un passo evolutivo fondamentale per la crescita psichica dell’essere umano.
Conoscere la propria verità interiore rappresenta il traguardo esistenziale da raggiungere, perché altrimenti l’uomo rimane vittima e preda delle scelte altrui, delle tendenze collettive e omologanti che regnano nella realtà circostante.
Porsi in una posizione di introversione rispetto alla propria realtà inconscia, laddove sono custoditi i segreti e le indicibili fantasie, rappresenta il gradino fondamentale da percorrere, al fine di iniziare una discesa sempre più profonda e dolorosa negli Inferi abissali.
In questa discesa di auto-conoscenza sono le emozioni, le guide polari in grado di indicarci la strada migliore da seguire, quella più irta e travagliata, ma sicuramente più feconda per l’arricchimento e la maturazione della propria personalità. […]

Fattore basilare nella costruzione della propria personalità risulta essere la presa di coscienza, da parte del singolo individuo, delle sfumature emotive che colpiscono la sua anima. Come dire, sapere di avere un sentimento rappresenta la condizione prioritaria affinché la scintilla emotiva, che sorge nel profondo della psiche, possa dar luogo a una luce immensa in grado di investire l’intera personalità dell’individuo, senza quindi rimanere confinata nell’ambito della sua nascita.

L’effetto completo e duraturo dei sentimenti richiede la coscienza, poiché è soltanto con l’avvento di un senso di sé che l’individuo viene a conoscenza dei sentimenti che ha” (Damasio – Emozione e Coscienza, Adelphi).

La sfera emotiva appartiene alla dimensione più arcaica della nostra psiche, al di là di ogni forma di consapevolezza, giacché essa si sostanzia di elementi che nella storia evolutiva si collocano molto prima della coscienza; una sorta di mostruosità. Quindi alberga nel nostro mondo emozionale, “mettendone ancora una volta in risalto la portata primordiale” (Minkowsky – Trattato di psicopatologia, Feltrinelli), dove gli impulsi e i desideri più sopiti dominano lo scenario inconscio.
Tale presupposto è quanto mai evidente nel momento in cui avvertiamo uno stato d’animo indefinibile che ci avvolge totalmente, facendoci sentire inquieti o a disagio, titubanti o increduli, privi di un senso stabile del sé e di una certezza interiore che ci consentano di conferire un significato agli eventi esistenziali. Trasportati su un terreno emozionale dove il “perturbante” attanaglia la nostra anima, ognuno di noi in seguito tende a ristabilire un certo equilibrio psichico attraverso l’intervento degli strumenti della coscienza, con l’obiettivo di rappresentarsi mentalmente il vissuto emotivo che dilaga nella propria sfera intima.
Elaborare psicologicamente le vicissitudini del nostro mondo interiore significa attivare “uno stato del sentire reso conscio, cioè noto all’organismo soggetto all’emozione e al sentimento” (Damasio), in modo da far luce sull’oscurità del proprio labirinto interiore. La scia psichica che le emozioni lasciano dietro di sé diventa, dunque, la strada da percorrere in modo da poter rintracciare in essa i tasselli basilari, quegli stessi che sveleranno aspetti della personalità a noi in precedenza sconosciuti. […]

La presenza di connessioni tra il sistema emozionale e quello legato al pensiero vigile e cosciente è quanto mai evidente nel momento in cui ognuno di noi può trovarsi a esperire dei segnali affettivi molto intensi e disturbanti, al punto da riuscire a sabotare le linearità di un nostro pensiero corrente.
Una sofferenza psicologica, un dolore incontenibile, vissuti di perdita, sono stati d’animo che possono concorrere a offuscare la nostra capacità intellettuale di porci nei confronti della realtà, perché la loro energia intrinseca invade, allaga la processualità operativa, e quindi risulta non essere più contenuta e controllata dagli strumenti del pensiero.
Il sistema operativo dell’uomo, quello razionale, logico, deputato alla progettualità e all’intervento finalizzato, mai potrebbe espletare il suo funzionamento in modo efficiente senza l’intervento e la collaborazione delle emozioni, perché sono queste le bussole psichiche che orientano le nostre scelte, che danno l’avvio al nostro sentire, al nostro “essere” anzi. Esse rappresentano l’energia psichica fondamentale per l’esistenza, il motore primario che ci spinge ad agire e a comportarci in determinati modi, per cui, anziché essere uno scomodo compagno di viaggio come il passato positivista voleva, le emozioni possono considerarsi come una “manifestazione palpabile della logica della sopravvivenza” (Damasio).
Gli insegnamenti emozionali, che la vita ci permette di acquisire, consentono di restringere il vasto ventaglio di opportunità che si aprono dinanzi a noi, eliminando delle opzioni e, al contempo, mettendone in evidenza delle altri che appaiono, alla luce dei nostri interessi, più significative e di valore. Essi ci sostengono nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili perché possano essere unicamente affidati all’intelletto e quindi

quando è il momento che decisioni e azioni prendano forma, i sentimenti contano almeno quanto il pensiero razione, e spesso anche di più” (Goleman, Intelligenza Emotiva, Bur-Saggi ).

[…] La vita psichica non può, dunque, essere concepita senza tener conto della fondamentale importanza che le dinamiche affettive rivestono, o meglio senza considerare il privilegiato rapporto di complementarietà che esse instaurano con il pensiero. L’acerrimo e primitivo conflitto tra mente e cuore, che per molto tempo si è risolto unicamente a favore della componente razionale, deve quindi essere inteso sotto un punto di vista relazionale, cercando di trovare il giusto equilibrio tra le due parti.
Equilibrio che non deve pertanto condurre a una scelta aut-aut tra le parti del binomio, ma che deve invece stimolare il nostro interesse a cercare di trovare un punto di contatto tra le due dimensioni, valicando i sentieri divisori che il vecchio paradigma intellettuale propinava alle menti degli uomini. Le anche opinioni dei grandi pensatori del passato sul rapporto tra ragione e sentimento tendevano a valorizzare il dominio del pensiero logico sulla sfera più propriamente emotiva dell’individuo, ovvero la sfera deputata più “debole” e fragile e che, pertanto, doveva essere messa a tacere.[…]

Non ascoltare il prezioso tesoro delle emozioni che ogni essere umano cela nel suo profondo, e nascondersi da esso, significa quindi innalzare delle potenti difese contro tutto quello che potrebbe inficiare l’ordine e il controllo prestabiliti dagli artifici del raziocinio, e ciò comporta inevitabilmente una perdita conoscitiva incolmabile.
Il pensiero che agisce senza realizzare una correlazione dialettica con un background emozionale corre il rischio di diventare arido e sterile, svuotato cioè di quello spessore psicologico e di quel tono direzionale che, dal canto loro, conferiscono qualità e dinamismo a un particolare discorso.
Non esiste conoscenza alcuna che non sia sostenuta da una tensione emotiva capace di accelerare il processo di pensiero, e in grado di orientare le scelte individuali all’interno di un magma aggrovigliato di dati informativi. Nel momento in cui è importante saper discernere tra diverse opportunità che, alla luce della coscienza, potrebbero apparire non troppo diverse tra loro, interviene l’ausilio dell’intuito a innescare dentro di noi un processo psicologico decisionale e semplificativo.

Ogni umano atteggiamento è pensiero, e ogni istante di vita è dettato da un desiderio intimo, da una spirale di emozioni che forniscono l’energia psichica necessaria alla realizzazione dei propositi iniziali posti dal singolo individuo. Occorre dunque prestar voce ai moniti interiori che la sfera emotiva rimanda alla nostra conoscenza, e far tesoro di questa conquista rappresenta un momento importante per la nostra crescita psicologica. La superficie apparentemente omogenea e ordinata della realtà viene stravolta e messa in discussione dalla voce delle emozioni e dei sentimenti che, al di là della semplice fattualità, mirano a cogliere quelle sottili venature impercettibili, ma fondamentali, all’occhio comune. Venature che ci indicano il sentiero da percorrere qualora ci trovassimo dispersi nell’oscurità dell’esistenza, qualora la guida della ragione fosse obnubilata nel segnalarci la riva da raggiungere dove trovare sollievo e riposo. La “bussola” interiore si avvale della capacità di rischiarare la nostra mente nel buio tempestoso che a volte sovrasta il sistema operativo umano, sconvolgendo così le ordinarie funzioni conoscitive. La risonanza emozionale colora i ricordi, scolpisce il presente vivere, dà luce e forza alle visioni del futuro, riempiendo di slanci creativi la vita psichica di ogni individuo che, in assenza di tale humus, finirebbe col cristallizzarsi in un rigido meccanismo mentale. […]

L’equilibrio che si instaura tra le due componenti della psiche, il pensiero e gli affetti, risulta quindi essere alquanto fragile e delicato, pronto a spezzarsi nel momento in cui viene meno l’interscambiabilità e la continuità, elementi che consentono alle ragioni del cuore e a quelle del pensiero di instaurare tra loro un dialogo specificatamente psicologico all’interno di un unico processo evolutivo.
È elevato il potere conoscitivo che le emozioni recano con sé perché esse, nella loro incandescenza e vulnerabilità, ci consentono di cogliere con l’intuizione il senso delle cose, la profondità degli eventi, orientandoci nel caos informazionale che ci circonda.
Le venature emozionali che compongono la nostra vita interiore sono portatrici di conoscenza e trasformazione dal momento che conducono l’essere umano al di là dei suoi confini strettamente individuali, per svelare una dimensione psichica non leggibile con gli usuali strumenti della logica.
È la verità intima e segreta che ogni individuo reca dentro di sé, ma è anche la verità profonda che si cela dietro la superficie apparente della vita che si apre ai nostri occhi: è l’essenza dell’essere.
Attraverso gli occhi dei sentimenti è possibile osservare la nostra esistenza sotto un’ottica particolarmente penetrante, sotto un punto di vista che tende a carpire le radici di ogni umana situazione che si dispiega nei circuiti complessi della realtà, al di là di ogni confine individuale.