Perché parlare di energia stagionale?

di Ermanna

Viviamo in una cultura che ci spinge a essere sempre attivi, produttivi, “in piena fioritura” tutto l’anno. Ma la natura non funziona così. Le stagioni seguono un ritmo ciclico, fatto di espansione e ritiro, luce e buio, movimento e quiete.

Allinearsi all’energia stagionale significa riconnettersi a questo ritmo, smettere di forzare e iniziare ad ascoltare.

L’Inverno possiede l’energia della gestazione. La natura sembra fermarsi, ma in realtà sta accumulando energia. I semi riposano sotto terra, invisibili, preparando la futura crescita.

L’Inverno è un invito al silenzio
L’inverno ci chiede di rallentare profondamente. Non è una stagione di grandi inizi, ma di ascolto, riposo.
Emotivamente, può portare solitudine o introspezione più intensa. Se accolta, questa quiete diventa uno spazio fertile per intuizioni profonde.

Durante l’inverno il corpo ha bisogno di più sonno (abbiamo più ore di buio), meno stimoli, routine rassicuranti, calore (fisico ed emotivo).
Forzarsi a mantenere lo stesso livello di produttività tutto l’anno può creare esaurimento. Allinearsi, invece, significa legittimare il riposo come parte essenziale della vita.
Alcuni modi per onorare l’energia invernale possono essere momenti quotidiani di silenzio o meditazione, scrivere un diario di riflessioni, lettura e studio, rituali serali lenti, tempo di qualità con poche persone significative.

L’inverno è anche una stagione spirituale: favorisce il contatto con il proprio mondo interiore, con ciò che è autentico e profondo.

Il dono dell’Inverno
L’inverno insegna la fiducia: fiducia nel fatto che anche quando non vediamo risultati, qualcosa sta maturando. È la stagione della gestazione, non dell’azione visibile.

Vivere in armonia con i cicli, non contro di essi
Allinearsi all’energia stagionale non significa isolarsi dal mondo o rinunciare alle responsabilità. Significa adattare il modo in cui ci muoviamo nella vita, rispettando i cicli naturali.
Le stagioni come autunno e inverno ci ricordano che non dobbiamo essere sempre al massimo, che il riposo è produttivo, che permette di essere efficienti nella vita quotidiana e nei momenti di intensa attività, che i momenti di vuoto sono la base necessaria per creare il nuovo. Ma soprattutto che il rallentare, il prendersi del tempo per rigenerarsi è saggezza.
In una società che celebra solo la crescita continua, queste stagioni diventano atti di resistenza gentile.

Tornare a un ritmo più umano
Quando impariamo a vivere in sintonia con le stagioni, smettiamo di sentirci “sbagliati” nei momenti di stanchezza o chiusura. Autunno e inverno non sono periodi da superare in fretta, ma fasi essenziali del nostro ciclo vitale.
Accoglierle significa tornare a un ritmo più umano, più sostenibile, più vero. E spesso, è proprio nel silenzio e nella lentezza che troviamo le risposte che stavamo cercando.

1 gennaio

Estratto da “Pensieri quotidiani” di O. M. Aivanhov – anno 2015 – Edizioni Prosveta

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Oggi  ha  inizio  un nuovo anno;  e  dato  che  i primi dodici giorni di un anno sono in  relazione con i dodici mesi a venire,  sforzatevi  di  viverli  nel  miglior  modo  possibile  per  dare  a  tutto l’anno un solido fondamento.  Dite a voi stessi che nessuno dei vostri  pensieri e nessuno dei  vostri  sentimenti  rimane senza  conseguenze:  sono come tanti semi che seminate  nella terra della vostra anima, e quei semi germoglieranno.

 

La vocazione della terra  è  favorire la crescita dei semi: una volta seminati,  essa li nutre,  e anche l’acqua, l’aria e la luce del sole contribuiscono al loro sviluppo. Allora attenzione: chi per negligenza  o  cattiva volontà  semina ortiche  e  cardi nella propria terra interiore,  non deve aspettarsi di veder crescere del grano.

In questo primo giorno dell’anno,  i semi che seminate possono essere anche certe parole come  “gioia”,  “luce”,  “pace”,  “amore”,  “speranza”  …   Impregnatevi  a   fondo  del  loro significato  e  interratele nelle profondità della vostra anima. Vegliate su di esse,  e sentirete come  a poco  a poco faranno tutto un lavoro di germinazione in voi.  Così, durante l’intero anno, vivrete tra campi fertili e giardini fioriti.

Il linguaggio che fa bene alle relazioni

di Ermanna 

Le parole sono la materia viva delle nostre relazioni, non solo quelle di coppia, ma anche quelle sociali, professionali, familiari. Anche nella relazione profonda con noi stessi:  cosa ci diciamo, come ci sosteniamo o ci critichiamo.

Con esse costruiamo ponti, definiamo confini, apriamo o chiudiamo spazi di intimità. Eppure spesso le usiamo in modo automatico, senza renderci conto di quanto possano incidere sulla qualità del nostro rapporto con gli altri — e con noi stessi. Un linguaggio che fa bene alle relazioni è un linguaggio consapevole, empatico e autentico, capace di trasformare anche i momenti di conflitto in occasioni di crescita.

Quali sono le chiavi che ci aiutano a instaurare, proteggere le nostre relazioni? Ecco quelle che io considero le più significative.

L’ASCOLTO è la prima chiave per una relazione sana. È il primo passo per comunicare in modo costruttivo è imparare ad ascoltare davvero. Ascoltare non significa solo attendere il proprio turno per parlare. È il non pensare alle risposte o a controbattere mentre l’altro parla, perchè questo impedisce di ascoltare veramente. È  accogliere ciò che l’altro sta vivendo, senza giudizio né fretta di rispondere. L’ascolto autentico crea uno spazio sicuro, in cui l’altro può sentirsi visto e riconosciuto.
 Un semplice “ti capisco” o un silenzio attento possono essere più potenti di mille consigli. Nelle relazioni significative, l’ascolto è il gesto d’amore più profondo che possiamo offrire.

La seconda chiave è la MANCANZA DI GIUDIZIO.
Molti conflitti nascono sia da ciò che diciamo, sia dal modo in cui lo diciamo. Frasi come “non capisci mai niente” o “sbagli sempre” attivano immediatamente difese e rabbia. Al contrario, usare la prima persona, dire “io” e non “tu” — ad esempio, “mi sento frustrato quando succede questo” e non “tu hai fatto questo!” — sposta il focus dall’accusa alla condivisione del proprio vissuto.
Questo approccio, tipico della comunicazione assertiva, permette di esprimere bisogni ed emozioni senza ferire né sminuire l’altro. Quando comunichiamo con empatia, l’altro non si sente giudicato, ma coinvolto in un dialogo sincero.

La terza chiave è la GENTILEZZA, anche verbale come scelta quotidiana.
Spesso sottovalutiamo il potere delle parole gentili. Dire “grazie”, “apprezzo ciò che hai fatto”, “mi piace il tuo punto di vista” sono gesti semplici, ma capaci di nutrire profondamente la relazione. La gentilezza verbale non è debolezza: è forza consapevole.
In un mondo dove prevalgono fretta e distrazione, scegliere di comunicare con rispetto e calore è un atto rivoluzionario. La gentilezza, infatti, genera reciprocità: ciò che doniamo in parole, ci torna in fiducia e armonia.

La quarta chiave: AUTENTICITÀ e RESPONSABILITÀ EMOTIVA.
Un linguaggio che fa bene alle relazioni è anche autentico. Significa parlare con sincerità, ma senza aggressività; dire “non me la sento”, “ho bisogno di spazio” o “questo per me è importante” invece di tacere o reagire con distacco. L’autenticità nasce dall’ascolto di sé e richiede responsabilità emotiva: esprimere ciò che sentiamo senza scaricare sugli altri il peso delle nostre emozioni.

La quinta chiave: PAROLE CHE CURANO
Usare parole gentili, rispettose e consapevoli non fa bene solo alle relazioni: fa bene a noi stessi. Parlare con calma e rispetto stimola la presenza mentale, riduce lo stress e favorisce un atteggiamento più empatico verso la vita.
Ogni volta che scegliamo una parola costruttiva al posto di una distruttiva, stiamo contribuendo alla nostra crescita personale. Parlare bene è un atto di responsabilità e di amore, un modo per dire all’altro — e a sé stessi — “tu conti per me”.

Perché, in fondo, il linguaggio non è solo un mezzo per comunicare: è un modo per creare realtà.

Quando la vita fa deviazioni migliori del nostro GPS

di Ermanna –

Ci hanno insegnato a essere efficienti, non a perderci. A restare in carreggiata, non a deviare. Eppure, alcuni degli incontri/esperienze più importanti della nostra vita sono nati da un cambio di rotta, da una porta che si è chiusa e ci ha costretti a bussare altrove, oppure, più semplicemente da un contrattempo: quanti scienziati hanno fatto scoperte eccezionali proprio sulla base dell’inaspettato avvenuto durante i loro esperimenti e ricerche?

E proprio lì, nell’interruzione della routine, nella deviazione dal copione, nasce qualcosa di prezioso.

Un’antica arte giapponese, il kintsugi, consiste nel riparare oggetti rotti con oro fuso, trasformando una frattura in un punto di valore.

L’inaspettato nella vita è un po’ così: rompe i piani, ma spesso lo fa per rivelare qualcosa di più autentico, più nostro. Sono esperienze che ci cambiano, proprio perché non erano da noi preventivate.

L’inaspettato ci aiuta a essere presenti. Quando qualcosa rompe la routine, siamo costretti a fermarci, ad ascoltare, a cambiare punto di vista, ad agire in modo nuovo. Questi momenti ci svegliano, come uno schiaffo gentile – ma alle volte anche non gentile – dalla monotonia, dalle aspettative prodotte da abitudini. Ci ricordano che non siamo spettatori passivi della nostra esistenza, ma protagonisti pronti a danzare e fluire con ciò che la vita porta, anche quando non è nei nostri programmi.

L’inaspettato ci insegna la fiducia: nel tempo, nel cambiamento, in noi stessi. Ci ricorda che non tutto può (o deve) essere controllato. Che la vita è, per sua natura, mutevole, sorprendente, indomabile.
L’inaspettato non è annunciato, né cercato. Come il profumo del pane appena sfornato in una via qualunque, o come un tramonto visto per caso in mezzo a una giornata difficile. Sono attimi che non abbiamo costruito, ma che ci vengono donati. Gratuiti, silenziosi, irripetibili. E forse proprio per questo, più veri di tutto il resto.

Abbracciare l’inaspettato richiede coraggio. Significa fare pace con l’idea che non possiamo controllare tutto. Significa aprirsi a nuove possibilità, incontri, emozioni. C’è una bellezza rara nel non sapere cosa succederà domani. Non è debolezza, ma apertura. Non è disordine, ma disponibilità al nuovo.
Quando lasciamo spazio a ciò che non avevamo previsto, lasciamo spazio alla meraviglia, alla magia.

La bellezza dell’inaspettato non è solo in ciò che succede, ma in come scegliamo di viverlo. In un mondo che ci spinge a sapere sempre tutto, l’inaspettato è un invito alla fiducia. È un promemoria che la vita, nonostante tutto, sa ancora sorprenderci.

L’inaspettato è uno strappo nella trama delle nostre certezze. È il punto in cui il tessuto si fa trasparente e ci lascia intravedere un’altra possibilità. Un’altra versione di noi. Un’altra via.

A volte basta poco: un attimo, un sì, una distrazione. E all’improvviso, ci accorgiamo che tutto quello che stavamo cercando… ci stava cercando anche lui.

La Magia del Lasciar Andare

di  Ermanna

Lasciar andare è una piccola rivoluzione silenziosa. Non richiede proclami o gesti eclatanti: è un atto gentile, quasi invisibile, ma capace di cambiare la giornata — e forse anche la vita.
Non significa rinunciare, ma scegliere di non appesantirsi. È liberarsi dello zaino delle preoccupazioni superflue che ci portiamo sulle spalle: quelle inutili.

È riconoscere che non tutto dipende da noi, è accettare  che alcune risposte non arriveranno, che certe situazioni non si risolveranno come vorremmo, e che non tutto può essere controllato. E va bene così.

Lasciar andare davvero è una liberazione interiore. Non è dimenticare, ma accettare e trasformare ciò che è stato.

Rimorsi, rancori e rimpianti sono i principali ostacoli che ci legano al passato e ci impediscono di vivere pienamente il presente.
Il passato non si può cambiare, ma può insegnarci a vivere con già leggerezza. L’importante è sapere di aver fatto del nostro meglio in ogni circostanza.

Nel lasciar andare, il perdono è centrale: non è debolezza, né dimenticanza, ma una scelta consapevole di liberarsi dal dolore, dal giudizio e dalla colpa.
È un gesto di guarigione profonda, verso gli altri e verso se stessi. È un atto di coraggio.

Lasciar andare è un gesto di fiducia verso la vita.
È fare spazio al nuovo anche se non possiamo prevedere cosa si presenterà.

In un mondo che ci spinge a trattenere, lasciar andare per creare spazio è un atto magico.

Tu cosa vuoi lasciar andare? Cosa vuoi abbandonare nelle acque del mare e nei sentieri di montagna, in modo da vivere sempre più serenamente non solo questo periodo estivo, ma tutta la tua vita?

SERENA ESTATE! ☀️