Coraggio o paura? E se invece…

Estratto da ” Il Coraggio e la Paura” di Vito Mancuso. – Garzanti

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La paura  stringe  e  alla  vita viene  a  mancare  il  respiro,  tutti conosciamo la sensazione. Potenziali portatori del virus, Siamo diventati una minaccia gli uni per gli altri e tutti oggi abbiamo paura di tutti. Ma se la paura stringe, questo significa che, se si scioglie e se ne va, la vita torna ad allargarsi e il respiro si dilata e si fa più profondo; noi diciamo che possiamo quindi “tirare un bel sospiro di sollievo”. Ne abbiamo tutti bisogno, e io vorrei che queste pagine facessero tirare un respiro di sollievo. Sollievo, direi anche consolazione, quel nobile veritiero sentimento che si prova leggendo l’Apologia di Socrate di Platone, i Pensieri di Marco Aurelio, la Consolazione della filosofia di Boezio, i Saggi di Montaigne, l’Etica di Spinoza; che si prova ascoltando la musica di Bach, di Haendel, di Beethoven e ammirando l’arte del nostro Rinascimento e in particolare di Leonardo e di Raffaello; che scaturisce ponendosi dimentichi di sé al cospetto della forza del mare, del silenzio della montagna, del mistero del cielo; quel sollievo e quella consolazione che al sommo livello provengono dal dimorare nel bene e nella giustizia e che la vita autentica sa dispensare a tutti coloro che la coltivano.

Sollievo ha la medesima radice di sollevare: occorre sollevarsi un po’ dalla ristretta prigione di questo quotidiano oppressivo, occorre salire, anzi risalire, e così prendere le distanze da quella cosa nera che la sequenza dei giorni terribili ha depositato dentro di noi e che ora ci portiamo dentro, non sappiamo bene dove ma dentro. Quella cosa nera annerisce, è nera e fa vedere nero, l’orizzonte il respiro si scuriscono ed esce aria nera dalle bocche. Se però si individua la cosa nera attorcigliata dentro, se si riesce ad afferrarne la coda, e con fatica ma senza mollare la si tira su dalle viscere in cui si è insediata e si arriva a spuntarla dalla bocca, allora anche la vista torna schiarirsi e si vede più nitidamente davanti e dentro di sé, e ci si può sollevare, si trova sollievo e si respira più profondamente, forse anche adesso.
Vivere richiede fatica, nessuno se lo dimentica, e se anche uno se lo dimenticasse ci penserebbe la vita, soprattutto di questi tempi, a ricordarglielo. Però si può almeno imparare a sorridere, e a respirare più profondamente. Lo si può fare facendo tesoro della saggezza esistenziale e spirituale distillata lungo i secoli da chi ci ha preceduto in questa vita, per me rappresentata in particolare dalla sapienza classica, depositata così intimamente nella nostra lingua, e da una rinnovata sapienza cristiana, aperta la filosofia moderna e alle altre tradizioni spirituali. Questa saggezza mica ci può aiutare a individuare, comprendere e trasformare la cosa nera dentro di noi. Per farlo ci vuole un po’ di coraggio, un coraggio gentile e intelligente. Ecco: il coraggio e la paura. Il coraggio alle prese con la paura.

2. Prima tesi: la paura non è sempre negativa
e il coraggio non è sempre positivo

Esiste un diffuso pregiudizio riguardo alla paura e al coraggio che occorre riconoscere e superare, ovvero che la paura, la cosa nera, sia sempre qualcosa di negativo, e il coraggio, la cosa rossa, sempre qualcosa di positivo. La realtà invece è diversa.
La paura è un dio, e dicendo dio non intendo una divinità che sta lassù nel cielo e vivere nei secoli dei secoli; intendo piuttosto una forza che sta quaggiù in terra, precisamente dentro di noi, e che però è più forte di noi e che ci stringe, secondo senso antropologico e culturale del divino su cui mi soffermerò più avanti. La paura ci afferra, il respiro viene mozzato, e se essa permane si genera angoscia che può persino produrre terrore, il livello più alto della scala della paura, come seguito argomenterò.
Non sempre però la paura è negativa; anzi, saputo interpretare e controllare, essa può risultare positiva, qualche volta molto positiva, ci può salvare la vita. Senza paura sia temerarietà, ovvero ignoranza che produce sconsideratezza, In quanto si ignorano le preziose informazioni trasmesse dalla paura con tutte le conseguenze che ne derivano, talora mortali; e chi ne vuole la conferma chieda alle montagne, ai mari, alle strade. La paura è un messaggio della vita: Se fossimo nell’antica Grecia diremmo che è un’inviata del dio messaggero, Hermes, che gli antichi romani chiamavano Mercurio, e come tale essa è ermeneutica e mercuriale.

Lo stesso vale per il coraggio, la cosa rossa. Esso non è il contrario della paura, perché il contrario del coraggio è la viltà, la codardia, la vigliaccheria. Il coraggio anzi presuppone la paura, nel senso che si può essere coraggiosi solo sapendo cos’è la paura e superandola mediante l’azione del cuore detta per l’appunto coraggio punto che il coraggio sia associato al cuore lui indica la parola, formato dal termine latino cor, cordis, “cuore”, e dal suffisso -aggio che la nostra lingua utilizza per indicare l’azione svolta dal sostantivo cui lo si applica (come per esempio accade in spia-spionaggio, canoa-canottaggio e tanti altri casi). Il coraggio è l’azione del cuore che vince la freddezza della mente toccata dall’emozione negativa della paura. La mente cosciente fa il suo mestiere e infonde paura; il cuore, in quanto mente cosciente e in più consapevole, fa il suo mestiere e trasforma la paura in coraggio. Il coraggio legato al cuore perché quando si esercita si percepisce un calore speciale nel petto, in quella zona centrale del nostro essere dove le correnti fredde dei ragionamenti razionali e le correnti calde delle passioni viscerali trovano la giusta miscela e formano il calore vitale, quella forza primigenia preziosissima che Spinoza chiamava conatus essendi, “desiderio di esistere”, e Bergson èlan vital, “slancio vitale”, e che noi possiamo chiamare anche voglia di vivere, ottimismo, fiducia, speranza, sorriso, respiro profondo.

Il coraggio esprime forza, e la logica dell’essere è la forza aggregante costruttrice di relazioni, per cui parlare del coraggio significa toccare il centro della vita e della sua dinamica. Se il mondo esiste è perché anche la natura ha avuto e ha, a suo modo, coraggio; se non l’avesse, essa sarebbe solo natura naturata, cioè statica, ferma, in un certo senso natura morta, mentre la natura, grazie alla sua forza interiore, è anche e soprattutto natura viva, natura naturante, cioè dinamica, evolutiva, progressiva, tant’è che dalle polveri primordiali, che oggi chiamiamo quark, sono potuti sorgere la luce della mente e il calore del cuore. È grazie al coraggio che pervade l’essere. Facciamo parte di un grande romanzo epico che si va scrivendo ancora oggi, dentro e fuori di noi, e il suo inchiostro si chiama coraggio: il coraggio in quanto forza dell’essere. Esercitato dentro di noi, il coraggio è una virtù; come vedremo, una virtù cardinale.

Ora però facciamo attenzione alle parole perché esse, soprattuto quando sono antiche, racchiudono un messaggio prezioso. […]
Coraggio in latino si dice virtus, sostantivo che significa però anche virtù, come ad affermare che la virtù per eccellenza è il coraggio, così per lo meno pensavano gli antichi romani che anzitutto sulla guerra di conquista avevano costruito la loro civiltà. In greco coraggio si dice andréia, virtù si dice areté. Ora analizziamo ognuno dei tre termini: 1) virtus è strettamente legato a vir, che in latino significa “uomo” nel senso di. “maschio”, “guerriero”; 2) andréia deriva da anér, andròs, che in greco ha esattamente il medesimo significato di vir: “uomo, maschio, guerriero”; 3) areté ha una significativa assonanza con Ares, il dio della guerra, per cui anche per gli antichi greci la virtù per eccellenza, almeno nella fase originaria della loro civiltà, è quella guerresca, come emerge in modo evidente negli eroi omerici. […]
Il coraggio quindi, ritenuto originariamente virtù per eccellenza, ha una strettissima connessione con la forza esercitata nel combattimento, con la guerra. Sia i greci sia i romani (i nostri avi, le nostre radici, cioè noi), concepivamo la virtù in primo luogo come capacità di risolvere i problemi combattendo, come capacità di affrontare e sconfiggere il nemico con le armi, altra parola, armi, che ha a che fare con la radice -ar, quella di Ares e di areté. Il coraggio appare così la virtù guerresca per eccellenza, è strettamente imparentato con l’imposizione, con la forza esercitata in modo violento. Ne consegue che una persona sempre e solo coraggiosa, una persona che non ha paura di niente, è una persona tendenzialmente pericolosa, soggetta a trasformarsi in un bullo, con quell’aria predatoria e lo sguardo tipico della persona che “non deve chiedere mai”, come diceva una pubblicità di quand’ero ragazzo. Oppure, per fare una citazione più dotta, di Simone Weil che si rifà a Platone: “Il coraggio è la virtù più visibile nella caverna perché dipende dalla forza” .*

È sbagliato pensare che il coraggio sia sempre solo positivo, così come è sbagliato pensare che la paura sia sempre solo negativa. Non c’è niente al mondo che sia sempre positivo o sempre negativo. L’acqua è la fonte della vita ma può diventare alluvione, il fuoco ci scalda ma si trasforma in incendio, l’aria ci tiene in vita ma come uragano semina morte, la terra ci nutre e la chiamiamo madre però a volte trema e si fa terremoto. Quanto detto dei quattro elementi della fisica antica vale per ogni altra realtà. Impossibile pensare a giustizia, verità, bellezza, divinità, senza vederne il lato ambiguo. Tutto nella vita è soggetto alla contraddizione.
Per questo il contrassegno della saggezza sta nel saper distinguere. Ma per saper distinguere, eccoci al punto, si devono ascoltare i messaggi della paura. Anche la cosa rossa, senza la calma e la moderazione che le deriva dalla presenza della cosa nera, può diventare tossica. Dobbiamo quindi ringraziare le nostre paure, come ringraziamo il nostro coraggio. E così come diffidiamo delle paure e le vogliamo superare, così dobbiamo diffidare di un coraggio eccessivo che può degenerare in temerarietà, aggressività, violenza.
Eraclito disse:” Il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte le cose re.”; ma seppe anche aggiungere: “Da elementi che discordano si ha la più bella armonia”. Ecco il concetto decisivo: armonia. Anzi, harmonia, come si scrive in latino e in molte lingue moderne che rispettano lo spirito aspro del termine greco originario. Ma attenzione: cosa fa in modo che si entri a patti con l’avversario che ci contrasta, riconoscendo il suo diritto e stringendo alleanza con lui così da creare armonia? Semplice: la sua forza e la paura che essa provoca in noi. Senza questa paura, nessuno esiterebbe a esercitare sempre e solo la forza, sia essa fisica, psichica, intellettuale o di qualunque altro tipo. È quello che un giorno gli ambasciatori di Atene spiegarono agli abitanti dell’isola di Melo: “I concetti della giustizia affiorano e assumono corpo nel linguaggio degli uomini quando la bilancia della necessità sta sospesa in equilibrio tra due forze pari. Se no, a seconda; i più potenti agiscono, i deboli si flettono”. Quindi l’armonia, il patto, l’alleanza, la cooperazione, la simbiosi, cioè la logica migliore della vita che possiamo denominare relazione, non potrebbe nascere se il coraggio in quanto logica che impone se stessa, la logica denominata forza, non venisse costretto a venire a patti dalla paura. Ribadisco quindi la mia tesi: la paura non è sempre negativa e il coraggio non è sempre positivo.

*Riferimento al Mito della Caverna di Platone

Del testo originale sono state tralasciate tutte le note esplicative.

La locanda

Rumi, poeta persiano (1207-1273)

L’essere umano è come una locanda.
Ogni mattina un nuovo arrivo.
Momenti di gioia, di depressione, di meschinità,
a volte un lampo di consapevolezza giunge
come un visitatore inatteso.
Dai loro il benvenuto e intrattienili tutti!
Anche se c’è una moltitudine di dolori,
che violentemente svuota la tua casa
portando via tutti i mobili,
tratta ugualmente ogni ospite con rispetto.
Potrebbe aprirti a qualche nuova gioia.
I pensieri cupi, la vergogna, la malizia,
accoglili sulla porta con un sorriso,
ed invitali ad entrare.
Sii grato chiunque arrivi,
perché ognuno è stato mandato
dall’aldilà per farti da guida.

Noi siamo parte della terra …

Estratto da Lettera del Grande Capo Seattle, della tribù di Suwamish, a Franklin Pierce, Presidente della Confederazione degli Stati Uniti d’America (1855)

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Come potete comprare o vendere il cielo o il calore della terra? Questa idea ci meraviglia. Noi non siamo padroni della freschezza dell’aria, né dello scintillio dell’acqua; come potreste comprarle da noi? Dovete sapere che ogni più piccola parte di questa terra, per il mio popolo, è sacra. Ogni foglia che riluce, ogni spiaggia sabbiosa, ogni nebbiolina del bosco oscuro, ogni limpidezza del cielo ed ogni insetto, col suo ronzio, sono sacri nella memoria e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che scorre negli alberi porta le memorie dell’uomo di pelle rossa.
I morti dell’uomo bianco, quando camminano tra le stelle, si dimenticano della loro terra natale. I nostri morti mai dimenticano questa bella terra, perché essa è la madre dell’uomo di pelle rossa. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo,  il cavallo,  l’aquila maestosa,  sono  nostri  fratelli.  Le montagne rocciose,  le acque delle praterie,  il calore del corpo del puledrino  e  quello dell’uomo, appartengono tutti alla stessa famiglia. Per questo, quando il Grande Capo di Washington manda a dire che desidera comprare le nostre terre, chiede più di quanto sia possibile. Il Gran Capo manda a dire che ci riserverà un posto dove tutti noi potremo vivere comodamente. Egli sarà nostro padre e noi saremo i suoi figli. Questo prenderemo in considerazione quando considereremo la sua offerta di comprare le nostre terre. Ma questo non sarà facile, perché queste terre sono sacre per noi.

L’acqua scintillante che scorre nei fiumi, nelle paludi e nei ruscelli, non è solamente acqua, ma è anche il sangue dei nostri antenati. Se vi concederemo di stare in queste terre, dovrete ricordarvi che esse sono sacre, e dovrete insegnare ai vostri figli che lo sono, e ogni riflesso fantasmagorico nelle acque limpide dei laghi, parla di fatti e ricordi della vita del mio popolo. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono nostri fratelli, essi calmano la nostra sete. I fiumi portano le nostre canoe e alimentano i nostri figli. Se vi concederemo di stare nelle nostre terre, dovrete ricordare ed insegnare ai vostri figli che i fiumi sono nostri fratelli, ed anche fratelli vostri. In avvenire dovrete avere verso i fiumi il comportamento affettuoso che avreste con un qualsiasi vostro fratello.

Sappiamo che l’uomo bianco non comprende il nostro modo di essere. Un pezzo di terra o un altro, per lui sono la stessa cosa, poiché egli è un “estraneo che arriva di notte” a prendere la terra di cui ha bisogno. La terra non è sua madre, ma è la sua nemica. Dopo averla conquistata, l’abbandona e continua il suo cammino. Lascia dietro di sé le tombe dei suoi padri, e non gliene importa. Priva i suoi figli della terra, e non se ne cura.
Dimentica la tomba di suo padre e i diritti dei suoi figli. Tratta la sua madre terra ed il suo fratello cielo come se fossero cose che si possono comprare, saccheggiare e vendere, come fossero agnelli o oggetti di vetro. Il suo insaziabile appetito divorerà la terra e lascerà dietro di sé solo un deserto. Io non comprendo il vostro modo di vivere. Il nostro modo di vivere è diverso dal vostro. Vedere le vostre città causa dolore agli occhi dell’uomo di pelle rossa. Ma forse è così perché l’uomo di pelle rossa è un selvaggio e non comprende le cose.

Non c‘è nessun posto tranquillo nelle città dell’uomo bianco, nessun posto dove si possa ascoltare lo stormire delle foglie in primavera o il ronzio di un insetto. Ma forse è così perché sono un selvaggio e non posso comprendere le cose. Il rumore della città è un insulto all’udito. E che genere di vita è quella di un uomo che non è capace di ascoltare il grido solitario di un airone o il canto notturno delle rane nello stagno? Sono un uomo di pelle rossa e non lo comprendo. Noi indiani preferiamo il soave suono del vento che accarezza il lago e l’odore del vento purificato dalla pioggia del mezzogiorno o profumato dalla fragranza dei pini. L’aria è qualcosa di prezioso per l’uomo di pelle rossa, perché tutte le cose partecipano dello stesso respiro: l’animale, l’albero, e l’uomo. L’uomo bianco sembra non apprezzare l’aria che respira. Come un uomo per molti giorni agonizzante, è diventato ormai insensibile al fetore. Ma, se vi concederemo di stare nelle nostre terre, dovrete ricordare che l’aria è preziosa per noi, che l’aria partecipa con il suo spirito a tutta la vita che alimenta. E se vi concederemo di stare nelle nostre terre, dovrete lasciarle intatte e mantenerle sacre, come un luogo nel quale potrà arrivare anche l’uomo bianco a compiacersi di respirare il vento profumato dai fiori della prateria. Prenderemo in considerazione la vostra offerta di comprare le nostre terre. Se decideremo di poterla valutare, sarà solo alla condizione che l’uomo bianco consideri gli animali di questa terra come fratelli. Sono un selvaggio, e non comprendo un altro modo di vivere. Ho visto migliaia di bufali in putrefazione nelle praterie, abbandonati dall’uomo bianco che aveva sparato loro da un treno in corsa.. Sono un selvaggio, e non comprendo come il fumante cavallo a vapore possa essere più importante del bufalo che noi uccidiamo solo per poter vivere. Cos’è l’uomo senza gli animali? Se tutti gli animali fossero spariti, l’uomo sarebbe morto, in una grande solitudine del suo spirito. Perché tutto quello che serve agli animali serve anche all’uomo. Tutte le cose sono in relazione fra di loro.

Voi dovete insegnare ai vostri figli che il suolo che è sotto i loro piedi è la cenere dei loro nonni. Affinché rispettino la terra, dovete dire ai vostri figli che la terra è piena della vita dei nostri antenati. Dovete insegnare ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri: che la terra è nostra madre. Tutto quello che riguarda la terra riguarda anche i figli della terra. Quando gli uomini sputano in terra, sputano su se stessi. Questo noi lo sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, ma l’uomo appartiene alla terra. L’uomo non ha tessuto la rete della vita. E’ solo una agugliata di filo di questa rete. Tutto quello che fa alla rete, lo fa a se stesso. Quello che serve alla terra, servirà ai figli della terra. Questo noi lo sappiamo: tutte le cose sono in relazione, come il sangue che unisce una famiglia.

Anche l’uomo bianco, il cui Dio passeggia con lui e parla con lui da amico ad amico, non può esentarsi dal destino comune. Forse siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo. Noi sappiamo qualcosa che l’uomo bianco un giorno scoprirà: che il nostro è il suo stesso Dio. Ora forse pensate di poter comprare le nostre terre e di diventarne padroni, ma non potete esserlo. Il vostro e il nostro Dio è lo stesso, perché è il Dio dell’umanità. La Sua compassione è la stessa, sia verso l’uomo di pelle rossa che verso l’uomo di pelle bianca. Questa terra è preziosa per Lui e danneggiarla significa mostrare disprezzo verso il suo Creatore. Anche voi uomini bianchi passerete e, qualche volta, finirete il vostro corso prima delle altre tribù. Se contaminerete il vostro letto, una notte morirete soffocati dai vostri stessi rifiuti. Eppure voi, anche nella vostra ultima ora, sarete convinti del fatto che Dio vi portò sulla terra e vi diede il dominio su di essa e sull’uomo di pelle rossa, con qualche progetto speciale. Questo disegno è un mistero per noi, perché non comprendiamo quello che succederà quando i bufali saranno sterminati, tutti i cavalli selvaggi saranno stati domati, quando i più reconditi angoli dei boschi non effonderanno più il loro profumo e quando la vista verso le verdi colline sarà impedita da una fitta rete di fili metallici parlanti. Dov’è il fitto bosco? Scomparve. Dov’è l’aquila? Scomparve. Così finisce la vita, e inizia la sopravvivenza.

 

Testo integrale:  http://www.labibliotecadibabele.net/attachments/article/144/seattle.pdf

 

Diventare ciò che si è

Estratto da “ La forza di essere migliori” di Vito Mancuso – Garzanti Editore

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“Diventare ciò che si è”: il verbo diventare rimanda a un processo e indica due cose. La prima è che ognuno di noi, così come vive immediatamente, non è ciò che è veramente; che cioè tra la nostra vita di fatto e la nostra esistenza autentica non si dà coincidenza immediata, e che quindi essere se stessi richiede un lavoro, nonché la forza di poterlo svolgere. Nasciamo dipendenti in tutto e per tutto e trascorriamo buona parte della vita da gregari, ovvero, come dice la radice dell’aggettivo, completamente inseriti all’interno di un gregge che ci determina nella direzione, nella velocità, nello stile e quindi necessariamente nell’identità. Il lavoro dell’etica nella sua fase iniziale consiste quindi anzitutto nel distaccarsi dal gregge, nel cominciare a camminare in solitaria e diventare in questo modo egregi, letteralmente “fuori dal gregge” (ex-grege). Per diventare se stessi si deve anzitutto decidere di non essere più come ci vogliono gli altri, siano essi i genitori, gli amici, il partner, i figli, il movimento, la religione, la moda, la società dei consumi e chissà che altro.
La seconda conseguenza implicita nel verbo diventare è l’indicazione che si tratta di un lavoro realizzabile: è cioè davvero possibile diventare ciò che si è. Diversamente da chi afferma, magari con un’alzata di spalle: “Guarda, non ci posso fare niente, io sono fatto così”, l’insegnamento delle grandi tradizioni spirituali è unanime nell’affermare il contrario: ognuno più cambiare la sua condizione di partenza e diventare migliore realizzando autenticamente se stesso. I frutti del lavoro interiore sono del resto facilmente riconoscibili, basta aprire gli occhi per vedere che vi sono esseri umani che, a prescindere dal successo ottenuto, in quanto umani risultano falliti: sono incapaci di ascolto e di contatti reali perché imprigionati dentro la terribile gabbia mentale dell’ego: oppure tragicamente scontenti di sé e della vita, imbruttiti, sfiduciati, incattiviti; oppure sommersi nelle acque salmastre dell’ignoranza e della stupidità. E vi sono invece altri esseri umani che vivono lieti, sereni, grati della loro condizione: persone sul cui volto risplende la luce dell’intelligenza e della bontà, che hanno saputo conservare la fiducia nella vita, e l’attenzione al suo inesauribile mistero, che non hanno tradito l’energia dell’infanzia ma hanno conservato la capacità di stupirsi e per questo infondono gioia al solo incontrarle. Insomma vi sono persone infelici e colleriche che trasmettono energia negativa e vi sono persone felici e serene che trasmettono energia positiva. Da cosa dipende questa differenza?
Non è facile rispondere, ma io penso che dipenda in gran parte dal lavoro compiuto. Esattamente come quando si vede un giardino o un vigneto e l’occhio esperto riconosce all’istante la qualità della fatica profusa, allo stesso modo, quando si sente parlare o si osserva in azione un essere umano è sufficiente poco per rendersi conto della qualità della sua interiorità e intravedere le erbacce o i frutti saporiti che essa nasconde. Il lavoro interiore infatti consiste anzitutto nello sradicamento delle erbacce e delle malapiante che, chissà perché e chissà da dove, spuntano spesso dentro di noi, e poi nell’assidua coltivazione del terreno in cui riposa il seme del più autentico sé per farlo fiorire e fruttificare.

Una questione di igiene
Volendo esprimere il concetto con un’altra metafora, direi che il lavoro interiore è primariamente una questione di igiene. Quando si parla di igiene pensiamo d’istinto al corpo, il che è normale visto che il corpo si sporca quotidianamente per il fatto stesso di vivere: gli avanzi di cibo si depositano sui denti, il sudore si secca lasciando un sentore di acido, le cellule morte si accumulano, e la continua secrezione di sebo che rende morbida la pelle finisce per renderla anche inevitabilmente maleodorante. Il nostro corpo produce sporcizia per il fatto stesso di essere, non ne può fare a meno, e ci obbliga a lavarlo con cura. Ma io chiedo: questa cura dell’igiene non dovrebbe vale allo stesso modo anche per la nostra interiorità? Non si sporca anche lei per il fatto stesso di vivere? Non richiede anche lei di essere pulita? E se sì, qual è la sua doccia o il suo spazzolino?
Con il termine volutamente neutro di interiorità intendo quella dimensione del nostro essere variamente denominata, per esempio psiche, sé, mente, coscienza, cuore, anima, spirito, ipseità, ego, io … su cui le opinioni degli umani non sono mai state concordi e oggi risultano più confuse che mai. Ebbene il lavoro interiore consiste nel ripulire e risanare questa nostra misteriosa ma reale interiorità. Come ci prendiamo cura del corpo mediante l’igiene personale, così dovremmo lavare, spazzare, strigliare la nostra interiorità. Essere migliori in questa prospettiva è quindi anzitutto una questione di igiene, al fine di ottenere, come di usa dire, una coscienza pulita.
È infatti proprio quella peculiare disposizione della nostra più preziosa energia interiore che chiamiamo coscienza su cui mi soffermerò con attenzione più avanti, il principale fattore che ci fa essere migliori come esseri umani.

Migliori come esseri umani
Migliori come esseri umani? Non sto dicendo migliori come studenti, insegnanti, artigiani, dirigenti, atleti, giudici, imprenditori o che altro, secondo i sempre più esigenti parametri che ci vengono quotidianamente richiesti dal mondo del lavoro, sia per entrarvi sia per rimanervi. Sto dicendo migliori come esseri umani, del tutto a prescindere dalla professione, anche non senza una palpabile ricaduta su di essa, perché quando uno è migliore come essere umano sarà anche migliore professionalmente (a meno che di professione non sia un ladro, un killer o un’altra delle varie figure criminali per interpretare le quali occorre davvero essere “cattivi dentro”). Ma è possibile essere migliori come esseri umani? E prima ancora, cosa significa esattamente?
Essere migliori come esseri umani significa esercitare l’intelligenza in modo da comprendere veramente le diverse situazioni della vita acquisendo quella penetrazione e ponderazione delle cose che si chiama saggezza. Significa esercitare la volontà in modo da dirigerla a volere non il proprio scontato interesse, come fanno d’istinto coloro che sono privi di educazione morale, ma ciò che tutti riconoscono come equo e corretto, cioè la giustizia. Significa rispettare la parola data, rimanere saldi, perseverare, resistere, avere coraggio nell’aprire strade nuove, esercitando la fortezza. Significa procedere con equilibrio, centrare quel giusto mezzo che sa sì che una parola o un’azione sia, come la grande musica, “ben temperata”, praticando la temperanza.
Saggezza*, giustizia, fortezza e temperanza costituiscono le cosiddette virtù cardinali. Denominate così dalla tradizione cristiana, esse sono più antiche di secoli perché provengono dalla filosofia della Grecia classica. Esercitarle quotidianamente significa diventare migliori come esseri umani. Queste virtù, queste disposizioni della nostra energia interiore definibili “forze del bene”, ci possono rendere più saggi, più giusti, più forti, più temperanti e quindi umanamente migliori.

* Nota a piè pagina – Solitamente la prima virtù è denominata prudenza sulla base del latino prudentia, ma tale traduzione, come chiarirò, è un errore.

Festina lente: affrettati lentamente

Estratto da “ Gli ordini del successo” di Bert Hellinger – Edizioni Tecniche Nuove

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Il tempo corre veloce, ma senza smania. Il tempo ha sempre tempo,  tempo quanto basta.  Anche noi abbiamo tempo se andiamo  al  passo con  il tempo.
Perché corriamo, allora?  Perché  pensiamo  che nostro tempo sia limitato.  Per  lo  stesso  motivo mettiamo fretta anche agli altri.
Cosa succede quando facciamo così? Il tempo non basta a nessuno, né a noi né agli altri.
Il successo viene e va al passo con il tempo. Quale tempo? Il tempo che ha tempo.
Tutto ciò che cresce dallo spazio interiore ha tempo.  Niente  ha  più  successo  di ciò che cresce e può crescere.  Il  suo  successo  è  già  predisposto,  per questo il suo momento arriverà di sicuro. Può capitare che forze esterne lo annientino. Una tempesta, ad esempio. Allora significa che ormai il suo tempo è passato, talvolta per sempre.  E  arriva il tempo,  il tempo giusto, per qualcos’altro.
Il successo segue le stesse leggi del tempo. Come il tempo, il successo va avanti. Procede. E se il tempo cresce con il tempo, lo stesso accade al successo.  Il  tempo  non guarda  mai  indietro.  A  guardare  indietro,  a volte, siamo noi,  mai il tempo.  Il  tempo  è sempre nuovo.
Cosa facciamo quando il tempo incalza?  Domandiamoci:  chi sta spingendo?  Non siamo forse noi a spingere, convinti che il tempo sia contro di noi e ci abbandonerà, ci pianterà in asso, se non lo teniamo in pugno?  Eppure,  raramente  il  tempo  che  incalza  è  il  tempo giusto. Per di più, il tempo è sempre passeggero.
Proprio quando abbiamo fretta,  il tempo rallenta.  Il  tempo  pienamente vissuto è  lento. È ponderato e mirato.
A volte ci diciamo:  il tempo è denaro.  Che genere di denaro?  Parliamo e agiamo convinti che  meno  tempo  impieghiamo,  maggiore  è  il  guadagno.  E  maggiore  è  il  guadagno, maggiore è la quantità di tempo che ci viene elargito.
Mai e poi mai rinunceremmo alle conquiste che ci fanno risparmiare tempo.  La domanda è:  ci danno forse più respiro?  Ci  fanno  sembrare  il  tempo  più  lungo  o  più  breve?  O sentiamo che  è  tanto strapieno  da  farci desiderare un po’ di tempo libero,  un tempo da trascorrere in raccoglimento?
Nel tempo del raccoglimento la fretta sparisce.  È questo il tempo che crea.  Ed è qui che troviamo noi stessi, anche se qualcuno ci incalza o noi incalziamo qualcuno.
Nel raccoglimento, il tempo, per un po’, si ferma. E tuttavia è in movimento. Un movimento diverso che ci trascina nel tempo per qualcosa che resta.
Il tempo che incalza fugge via. Arriva e se ne va senza lasciare traccia.
Eppure, ciò che resta interagisce con il molto, e anche ciò che incalza interagisce con ciò che indugia.  Raccolti indugiamo anche quando cediamo al tempo che incalza,  ciascuna delle due cose a suo tempo.
Anche  il  nostro  successo  indugia?  Il  nostro  successo  indugia  quando  siamo noi  a indugiare. Perché la sua volontà è proseguire, in raccoglimento, senza smanie, sempre al servizio,  sempre proseguendo nella sua crescita in sintonia con ciò che resta,  fiducioso, aldilà del tempo, tutt’uno con ciò che eternamente nuovo.