Riti, simboli e coazione a produrre

Estratto da “ La scomparsa dei riti” Byung-Chul Han – Ed. Nottetempo

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Parte prima

I riti sono azioni simboliche. Tramandano e rappresentano quei valori e quegli ordinamenti che sorreggono una comunità. Creano una comunità senza comunicazione, mentre oggi domina una comunicazione senza comunità. A costituire i riti è la percezione simbolica. Il simbolo (dal greco symbolon) indica originariamente il segno di riconoscimento tra ospiti (tessera hospitalis). L’ospite spezza a metà una tavoletta d’argilla e ne dà un pezzo all’altra persona in segno di ospitalità. In tal modo il simbolo serve per il riconoscimento. Questa è una forma particolare di ripetizione:

Riconoscere non è vedere di nuovo qualcosa. I riconoscimenti non sono una serie di incontri, ma riconoscere significa piuttosto: conoscere qualcosa per ciò che ci è già noto. E costituisce l’autentico processo dell’“accasamento” umano – una parola di Hegel, che voglio usare in questo caso – il fatto che ogni riconoscimento sia sciolto dalla contingenza della prima presa di conoscenza e sia elevato all’idealità. Noi tutti lo sappiamo assai bene. Nel riconoscimento è implicito il fatto che ora si conosce più propriamente di quanto si potesse fare nella confusione momentanea del primo incontro. Il riconoscere vede il permanente nel fuggevole (H.G. Gadamer, L’attualità del bello – Marietti ed. 1988).

La percezione simbolica, intesa come riconoscimento, percepisce ciò che dura: il mondo viene liberato dalla propria contingenza e ottiene un che di permanente. Oggi il mondo è assai povero di simboli: i dati e le informazioni non possiedono alcuna forza simbolica, per cui non consentono il riconoscimento. Nel vuoto simbolico si perdono quelle immagini e quelle metafore capaci di dare fondamento al senso e alla comunità, stabilizzando la vita. L’esperienza della durata si attenua, mentre la contingenza aumenta radicalmente. I riti si lasciano definire nei termini di tecniche simboliche dell’accasamento: essi trasformano l’essere-nel-mondo in un essere-a-casa, fanno del mondo un posto affidabile. Essi sono nel tempo ciò che la casa è nello spazio. Rendono il tempo abitabile, anzi lo rendono calpestabile come una casa. Riordinano il tempo, lo aggiustano. Nel romanzo La cittadella, Antoine de Saint-Exupéry descrive i riti proprio come tecniche temporali dell’accasamento:

E i riti sono nel tempo quello che la casa è nello spazio. Perché è bene che il tempo che passa non dia apparentemente l’impressione di logorarci e disperderci come una manciata di sabbia, ma di perfezionarci. È bene che il tempo sia una costruzione.

Oggi al tempo manca una struttura stabile. Non è una casa, bensì un flusso incostante: si riduce a una mera sequenza di presente episodico, precipita in avanti. Nulla gli offre un sostegno, e il tempo che precipita in avanti non è abitabile. I riti stabilizzano la vita. Parafrasando Antoine de Saint-Exupéry, potremmo dire che i riti sono nella vita ciò che le cose sono nello spazio.

Per Hannah Arendt è la resistenza delle cose a offrire loro un’“indipendenza dagli uomini” (Vita activa. La condizione umana – Ed Bompiani Milano 2017). Le cose hanno “la funzione di stabilizzare la vita umana”. La loro oggettività sta nel fatto che “gli uomini, malgrado la loro natura sempre mutevole, possono ritrovare il loro sé”, cioè la loro identità, “riferendosi alla stessa sedia e allo stesso tavolo”. Le cose sono il punto fermo, stabilizzante della vita. I riti hanno la medesima funzione: stabilizzano la vita per mezzo della propria medesimezza, della loro ripetizione. Rendono, dunque, la vita resistente. L’odierna coazione a produrre sottrae alle cose la loro resistenza: essa distrugge consapevolmente la durata allo scopo di produrre di più, di costringere a un maggior consumo. L’indugiare, d’altro canto, presuppone cose che durano; se le cose vengono solo usate e consumate, ecco che indugiare diventa impossibile. E dal momento che la stessa coazione a produrre destabilizza la vita smontando ciò che dura nella vita, essa distrugge anche la resistenza della vita, sebbene quest’ultima si allunghi. Lo smartphone non è una cosa che piacerebbe a Hannah Arendt, gli manca proprio quella medesimezza in grado di stabilizzare la vita e non è neanche particolarmente resistente. Si differenzia da cose come un tavolo, che mi affrontano col loro sé. I suoi contenuti mediali che richiamano di continuo la nostra attenzione sono l’esatto contrario del sé. Il suo cambiare rapidamente non consente alcun indugio. L’inquietudine propria di questo tipo di apparecchio lo rende una non-cosa. Inoltre, il suo utilizzo diventa costrittivo, invece da una cosa non dovrebbe scaturire alcuna costrizione. Sono le forme rituali che, come la cortesia, rendono possibile non solo un bel rapporto interpersonale, ma anche un bel rapporto delicato con le cose. Nel quadro rituale, le cose non vengono consumate o spese, bensì usate
– così possono anche invecchiare. In preda alla coazione a produrre ci rapportiamo alle cose e al mondo non come utilizzatori, bensì come consumatori. Di ritorno, le cose e il mondo consumano noi. Il consumo senza scrupoli ci attornia insieme alla sparizione, che destabilizza la vita. Le pratiche rituali fanno sì che ci rapportiamo armoniosamente non solo con le altre persone, ma anche con le cose.

Oggi non consumiamo solo le cose, bensì anche le emozioni di cui si fanno portatrici. Le cose non si possono consumare senza fine, le emozioni sì. Così esse aprono un nuovo, infinito campo di consumo. L’emotivizzazione della merce e l’estetizzazione che l’accompagna sono sottoposte alla coazione a produrre; devono aumentare il consumo e la produzione. Così facendo, l’estetico si fa colonizzare dall’economico. Le emozioni sono più fuggevoli delle cose, per cui non stabilizzano la vita. Inoltre, nel consumare un’emozione non ci si rapporta alle cose, ma solo a se stessi. Si cerca un’autenticità emotiva. In tal modo il consumo dell’emozione rafforza l’autoreferenzialità narcisistica. Il rapporto con il mondo, che le cose dovrebbero garantire, si perde sempre più. Anche i valori fungono oggi da oggetto del consumo individuale, diventano a loro volta merce. Valori come la giustizia, l’umanità o la sostenibilità vengono sfruttati economicamente. “Cambiare il mondo bevendo tè”: ecco lo slogan di un’impresa di commercio equosolidale. Cambiare il mondo mediante il consumo – ovvero: la fine della rivoluzione. Di vegan esistono anche scarpe e vestiti, e chissà, forse arriveranno persino gli smartphone. Il neoliberismo sfrutta la morale da vari aspetti. I valori morali vengono consumati quali tratto distintivo. Vengono registrati sull’ego-account, il che accresce l’autostima. Essi fanno aumentare un narcisistico rispetto di sé. Tramite i valori non si fa riferimento alla comunità, bensì al proprio ego. Con il simbolo, con la tessera hospitalis, gli ospiti sigillano il loro legame. La parola symbolon è inserita nel medesimo orizzonte di significato della relazione, della totalità e della salvezza. Secondo il mito che Aristofane racconta nel Simposio di Platone, originariamente l’uomo era una creatura sferica con due volti e quattro gambe. Visto che era troppo esuberante, Zeus lo tagliò in due per indebolirlo.

Da allora l’uomo è un symbolon che si strugge per l’altra metà, per una totalità salvifica. Così, in greco “mettere insieme” si dice symballein. I riti sono, in questa accezione, anche una pratica simbolica, una pratica del symballein, in quanto riuniscono le persone e creano un legame, una totalità, una comunità. Oggi il simbolico inteso come medium della comunità scompare a vista d’occhio. La desimbolizzazione e la deritualizzazione si presuppongono a vicenda. L’antropologa sociale Mary Douglas constata con stupore:

Uno dei problemi piú gravi dei nostri giorni è la sfiducia nei simboli. […] se si trattasse soltanto della nostra frammentazione in piccoli gruppi, ciascuno legato alle sue forme simboliche, la situazione sarebbe facile da capire. Ma esiste un fenomeno ben piú misterioso: un ampio ed esplicito rifiuto dei rituali in quanto tali. “Rituale” è diventato una brutta parola, equivalente a conformismo vuoto: assistiamo a una rivolta contro il formalismo, anzi, contro la forma. 

Parte seconda

 

Un posto dove andare

Estratto da “Pensieri quotidiani – 2003” di Omraam Mikhael Aivanhov – Edizioni Prosveta

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Potete trovare tutto nell’universo: il cielo, la terra e persino l’inferno. Sta a voi sapere dove volete andare e comportarvi di conseguenza.

Se inavvertitamente vi siete persi nell’inferno, affrettatevi a uscirne. Può accadere che siate invitati al bar a bere con amici, ma questo non significa che dobbiate restarvi a lungo. Passeggiate nella foresta e vi mettete a cogliere le fragole; va bene, ma pensate a rientrare, altrimenti arriverà la notte e non ritroverete più la strada….

Qualcuno si lamenta: “Ho pronunciato parole infelici che hanno provocato dei danni”. Non fa nulla, pronunci ora altre parole per riparare.  Così chi cade in una palude infestata da animaletti novici non deve accontentarsi di lanciare grida e recitare preghiere, ma si affretti ad uscirne!

Queste sono tutte immagini per mostrarvi che anche nelle peggiori situazioni non vi è nulla di definitivo e che bisogna soltanto pensare a cambiare posto o riparare.

 

 

 

 

 

 

Idee che pensiamo, idee che ci possiedono

Estratto da ” I miti del nostro tempo” di Umberto Galimberti – Ed. Feltrinelli

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Introduzione

Conosciamo le malattie del corpo, con qualche difficoltà le malattie dell’anima, quasi per nulla le malattie della mente. Eppure, anche le idee della mente si ammalano, talvota si irrigidiscono, talvolta si assopiscono, talvolta, come le stelle, si spengono. E siccome la nostra vita è regolata dalle nostre idee, di loro dobbiamo aver cura, non tanto per accrescere il nostro sapere, quanto piuttosto per metterlo in ordine.

La prima figura d’ordine è la problematizzazione di certe idee che per ragioni biografiche, culturali, sentimentali o di propaganda, sono così radicate nella nostra mente da agire in noi come dettati ipnotici che non sopportano alcuna critica, alcuna obiezione. E non perchè siamo rigidi o dogmatici, ma perchè non le abbiamo mai messe in discussione, non le abbiamo mai guardate da vicino. Chiamiamo queste idee miti, mai attraversati dal vento della de-mitizzazione.

A differenza delle idee che pensiamo, i miti sono idee che ci possiedono, e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel fondo della nostra anima, dove anche la luce della ragione fatica a far giungere il ruo raggio. E questo perchè i miti sono idee semplici che noi abbiamo mitizzato perchè sono comode, non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano, tolgiendo ogni dubbio alla nsotra visione del mondo che, non più sollecitata dall’inquietudine delle domande, tranquillizza le nostre coscienze beate che, rimunciando al rischio dell’interrogazione, confondono la sincertià dell’adesione con la profondità del sonno.

Ma occorre risvegliarci dalla quiete che le nostre idee mitizzate ci assicurano, perchè molte sofferenze, molti disturbi, molti malessei nascono non dalle emozioni di cui si fa carico la psicoterapia, ma dalle idee che, comodamente accovacciate nella pigrizia del nostro pensiero, non ci consentono di comprendere il mondo in cui viviamo, e soprattutto i suoi rapidi cambiamenti, di cui i media quotidianamente ci informano senza darci un discernimento critico che ci consenta di intravedere quali idee nuove dobbiamo escogitare per capirlo. E tutti sappiamo che essere al mondo senza capire in che mondo siamo, perchè disponiamo solo di idee elementari a cui restimao arroccati per non smarrirci, è la via regia per estraniarci dal mondo, o per essere al mondo solo come spettatori straniti, quando non distratti, o disinteressati, o addirittura incupiti.

Per recuperare la nostra presenza al mondo, una presenza attiva e partecipe, dobbiamo rivisitare i nostri miti, sia quelli individuali sia quelli collettivi, dobbiamo sottoporli a critica, perchè i nostri problemi sono dentro la nostra vita, e la nostra vita vuole che si curino le idee con cui la interpretiamo, e non solo le ferite infantili ereditate dal passato che ancora ci trasciniamo.

Critica è una parola che rimanda al greco Krìno, che vuol dire “giudico”, “valuto”, “interpreto”. Ogni giudizio, ogni valutazione comportano una crisi delle idee che finora hanno regolato la nostra vita, e che forse non sono più idonee ad accompagnarci nella comprensione di un mondo che si trasforma anche senza la nostra collaborazione. Chi non ha il coraggio di aprirsi alla crisi, rinunciando a quelle idee-mito che finora hanno diretto la sua vita, non guadagna in tranquillità, ma si espone a quell’inquietudine propria di chi più non capisce, più non si orienta.

Ma forse l’orientamento vuole proprio una de-mitizzazione dei miti un tempo funzionali e oggi dis-funzionali alla comprensione del mondo, vuole un radicale superamento dell’inerzia della mente, della sua passività, per un pensiero avventuroso che sappia liberarsi delle idee stantie, per incontrare le idee nuove, da non bruciare sul nascere, ma con le quali intrattenersi, perchè le idee sono fragili come cristalli, ma talvolta cariche di una forza capace di distruggere le nostre abitudini mentali.

Non sempre sono “idee chiare e distinte” come voleva Cartesio, spesso sono solo abbozzi di interpretazioni, che però consentono alla mente di allargare i suoi orizzonti, e a noi di diventare più tolleranti, perchè più aperti e più capaci di comprendere, quindi divivere.

Milano, 6 settembre 2009

 

 

 

La sofferenza creativa

Estratto da ” Ricucire l’anima” di Erica Francesca Poli – Ed Mondadori

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Potrebbe sembrare un ossimoro, un paradosso: che cosa ci può essere di creativo nella sofferenza?  E se la sofferenza fosse un passaggio per una nuova creazione? Non si liquefà forse il baco nel bozzolo per dare vita a una farfalla ? Non sembra marcire, contrarsi, spezzarsi il seme nelle sue cuticole per dare alla luce il germoglio? Non soffre la madre per partorire il figlio?

Chi supera il dolore cambia la propria identità, cambia se stesso, crea nuove forme, è colto da un impeto creativo, fa spesso della propria vita un’opera d’arte. L’artista estrae dal proprio dolore personale il distillato di un dolore del mondo e poi stilla bellezza da quella sofferenza.

In questo senso la vita è divina, poichè è in costante tensione creativa, e la creazione è in costante tensione di riconoscimento della fonte da cui proviene. Nell’atto della creazione Dio si rivela, esiste a se stesso come autocoscienza che genera.

C’è polvere di stelle nel nostro DNA. Il suono delle galassie giunge sino a noi, e oggi può essere registrato: la sinfonia dei pianeti, come la musica nella quale possono essere davvero tradotte le stesse sequenze di DNA. L’energia della stella Sole, che giunge sino al pianeta, brilla sulla vita fotosintetica che converte fotoni in materia, foglie, frutti.  Scienza e Dio mai così vicini, dai tempi di Platone, Plotino, Ipazia. Non era forse lei, matematica e filosofa egiziana, ad ascoltare la musica dei pianeti? Senza una tecnologia sofisticata, ma con la raffinatezza di un pensiero che era già unione di astrofisica, matematica e filosofia.

Ipazia fu uccisa nel IV secolo da un’idea politica e dogmatica di fede, perchè credeva in una religione dell’anima. Eppure è proprio nella religione dell’anima che si trova l’estasi, ed è l’estasi, la capacità di stare in sé e uscire da sè, il movimento di non coincidenza con il limite, che più di tutto cura, che rivela il piccolo e il grande che incarniamo, la nostra essenza finita e infinita.

Un secolo prima di lei, Plotino ne parlava già: l’estasi come culmine delle possibilità umane, che dà senso, etica, valore all’individuo. Un viaggio a ritroso che il soggetto può compiere, a partire dalla ragione che abbandona la pretesa razionalista, lascia andare lo sguardo sull’oggetto e lo rivolge dentro di sè, alla ricerca della propria origine. Ripercorrendo la storia della sua emanazione, del suo sviluppo, il soggetto incontra il senso di un “principio”, che non può cogliere, non può possedere, ma che può lasciare che lo possegga.

Jacques Lacan lo definisce “l’Altro”, e l’Altro per antonomasia non può essere che il divino, che è ri-conosciuto perchè non è mai conosciuto, nel senso che si percepisce che è, lo si ritrova e, al tempo stesso, sfugge alla conoscenza, non lo si possiede. La sua mancanza origina il desiderio, l’afflato, la passione che anima una vita intera, e l’arte che corre intorno al vuoto con la bellezza.  Quando la ragione smette di esercitare il suo limite e si abbandona alla possibilità di essere posseduta da qualcosa che la trascenda. Lo si chiami Dio, “Uno”, sacro, vita, poco importa.[…]

Ci sono infinite strade per favorire quell’istante magico: lo sguardo che contempla senza cercare di capire o di possedere, la scintilla oltre la porta socchiusa, un varco della coscienza nel senza tempo in cui il senso viene colto, ed ecco che la persona si riconnette al Sè, al mistero da cui proviene. Eppure nessuna funziona senza quell’abbandono che non è perdita della ragione, ma è il superamento di un limite. E tutte funzionano quando quell’abbandono arriva.

 

Le tre perle della saggezza

Estratto da “Le tre domande” di Don Miguel Ruiz e Barbara Emrys –

Ed. Il punto d’incontro
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Molto tempo fa, durante una giornata di pioggia, un vecchio stava procedendo sul suo carro lungo una strada di campagna. Le buche e gli scrosci rendevano la guida difficoltosa.
Quando il carro finì in una buca particolarmente profonda, una ruota posteriore si ruppe. Il vecchio calmò il cavallo, saltò giù sulla strada fangosa e iniziò ad armeggiare con la ruota del carro. Presto si rese conto che la buca era troppo profonda e la ruota troppo pesante per riuscire ad alzarla.

Era lì, fradicio e infreddolito, quando sentì i passi di qualcuno che si avvicinava.
Un ragazzo di campagna stava tornando a casa per la cena e vide il carro malridotto del vecchio assediato dall’acqua che scorreva come un fiume. Trovò un palo di recinzione che era caduto e con quello entrò nel fango fino alle ginocchia per puntellare il carro. Dopo averlo sollevato si mise a riparare la ruota.
Mentre lavorava, parlò al vecchio delle sue aspirazioni per il futuro. Sapeva molto poco del mondo ma voleva imparare. Voleva scoprire chi era e trovare le risposte ai grandi misteri della vita. Presto sarebbe diventato un uomo e voleva saperne di più sull’amore. Disse che spesso sognava a occhi aperti le cose meravigliose che dovevano ancora accadere.
“Quasi tutti i giorni non so se sto sognando o se sono sveglio!”. Il ragazzo non smetteva di parlare e il vecchio ascoltava in silenzio.

Dopo un’ora finì il lavoro di riparazione. La ruota era tornata al suo posto e il carro era di nuovo sulla strada. Il vecchio, pieno di gratitudine, infilò una mano in tasca alla ricerca di qualche moneta. Non trovando niente da offrire al ragazzo per il suo aiuto, gli chiese se in cambio poteva accettare tre perle di saggezza, garantendo che gli avrebbero procurato più ricchezza di qualsiasi moneta. Il ragazzo sorrise mentre il sole faceva capolino tra le nuvole che correvano gonfie. Sapeva di non poter rifiutare quella manifestazione di gratitudine, qualunque fosse l’offerta che gli veniva fatta. E dopotutto aveva molto da imparare.
“Sì”, disse educatamente. “Sarei davvero onorato se lei volesse condividere la sua saggezza con me, signore”.
Allora il vecchio si piegò verso il ragazzo e iniziò a parlargli.
“Per trovare la tua strada nel mondo, hai bisogno soltanto di rispondere a tre domande”, gli spiegò. “Prima devi chiederti: ‘Chi sono io?’ Saprai chi sei quando vedrai chi non sei.
“Poi devi chiederti: ‘Cos’è reale?’ Saprai cos’è reale quando accetterai ciò che non lo è.
“Infine”, concluse, “devi chiederti: ‘Cos’è l’amore?’. Saprai cos’è l’amore quando capirai cosa non lo è”.
Il vecchio si raddrizzò sfregando il cappotto per ripulirlo dalle macchie di fango. Il ragazzo si tolse rispettosamente il cappello e lo ringraziò. Vide il vecchio salire sul carro e incitare il cavallo. Il carro barcollò, poi inizio a sferragliare lungo la strada.
Tornando a casa, dove la cena lo stava aspettando, si voltò e intravide il carro svanire tra le ombre della sera.