L’errore di concepire la vita senza fatica e sofferenza

Estratto da “Da Avere a Essere”  di Erich Fromm – Oscar Mondadori

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Altro impedimento nell’apprendimento dell’arte di vivere è la presunzione che sia possibile una vita senza fatica e sofferenza. La gente è convinta che tutto – persino il compito più arduo – possa essere risolto con uno sforzo minimo o nullo.  Questa opinione è così diffusa, che non necessita di ulteriori delucidazioni. Basta considerare i nostri metodi educativi: noi persuadiamo, anzi supplichiamo i nostri giovani perchè si facciano una cultura; in nome della “espressione di sé”, di un orientamento contrario al “rendimento”, della “libertà” strutturiamo ogni corso propedeutico nella maniera più semplice e piacevole. […]

Le cause di questo trend sono facilmente intuibili. Il crescente fabbisogno di personale tecnico ausiliario, insomma di gente poco istruita da impiegare nei servizi pubblici o nel terziario, richiede persone con un sapere superficiale, come sono per l’appunto i diplomati sfornati dalle nostre scuole e università. Secondariamente, tutto il nostro sistema sociale si basa sul principio fittizio per cui nessuno è obbligato a svolgere il lavoro che in effetti svolge. La sostituzione di un’autorità ben identificabile con un’autorità anonima si manifesta in tutti i campi della vita: non c’è più costrizione; tutto viene avallato pretestuosamente dal consenso, e il consenso viene ottenuto con i metodi della suggestione di massa.  Conseguentemente, anche lo studio non è più inteso come un obbligo forzato, ma come un gradevole passatempo; e ciò è tanto più vero nei settori professionali nei quali, nell’ottica sociale, non sia richiesto un sapere serio e rigoroso.

L’idea che lo studio non richieda fatica ha tuttavia un’altra ragione: il progresso tecnico ha effettivamente ridotto la quantità di energia fisica necessaria in passato per la produzione di beni. Con la prima rivoluzione industriale il lavoro fisico, sia dell’uomo che degli animali, fu sostituito con il lavoro meccanico eseguito dalle macchine, mentre la seconda rivoluzione industriale, in seguito all’introduzione dei grandi computer, ha fortemente alleggerito lo sforzo mentale, in particolare quello mnemonico.  L’affrancamento dal lavoro duro viene salutato come il dono più apprezzabile del “progresso” moderno. Potrebbe costituire realmente un “regalo”, ma  a una condizione: che l’energia umana, liberatasi in questo modo, trovi utilizzo in un impegno creativo più alto. Ma non è così.

La liberazione assicurata dalla macchina ha sviluppato l’ideale della pigrizia illimitata, sicchè ogni sforzo effettivo appare come un incubo e uno spauracchio. Vivere bene equivale a una vita senza sforzo; la necessità di doversi affaticare viene considerata, piuttosto, un ultimo relitto medievale, al quale ci si sottopone per forza maggiore, non già volontariamente.  Così si prende l’automobile per andare a fare la spesa semplicemente per risparmiare la fatica di camminare, anche quando il negozio si trova a due passi da casa; e il bottegaio, a sua volta, usa la calcolatrice per addizionare tre numeri e non affaticare la mente.

Affine all’opinione secondo la quale sarebbe possibile vivere senza fatica, è l’errore di escludere la sofferenza dalla vita. Anche questo ha una caratteristica fobica: si tratta di evitare a ogni costo dolore e patimenti di natura fisica e, soprattutto, psichica. È l’epoca del progresso moderno che promette all’uomo di guidarlo nella Terra Promessa dell’esistenza indolore; ne consegue che molti individui avvertono una sorta di paura cronica per la sofferenza. Il termine “dolore” è qui usato in un’accezione assai ampia, quindi non solo in senso fisico e psichico. È anche doloroso esercitare quotidianamente, per ore e ore, scale musicali al pianoforte o occuparsi di un argomento poco interessante, ma persino in questi casi l’impegno, e quindi la fatica, sono indispensabili per acquisire le necessarie conoscenze tecniche. È doloroso starsene seduti al tavolo a studiare quando si preferirebbe incontrare la propria ragazza o, se non altro, andare a spasso e divertirsi in compagnia di amici. Sono piccoli dolori,  è vero, tuttavia occorre essere disposti ad accettarli di buon grado e non controvoglia se si vuole imparare a concentrarsi su ciò che è essenziale e se si desidera progredire nel campo in cui si riconosce il valore.  Quanto alle sofferenze ben più gravi, va detto che la felicità è prerogativa di pochi mentre la sofferenza è il destino di tutti gli uomini. Tuttavia la sofferenza è il denominatore comune nella vita di ciascun uomo. La solidarietà infatti ha una delle sue radici più robuste nell’esperienza che i dolori individuali sono condivisibili.

 

Ora

Estratto da “La saggezza dei tempi” di Wayne W.Dyer – Edizioni BUR

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Dal Rubaiyat
“Il Dito mobile scrive; e avendo scritto prosegue;  né la tua pietà, né la tua intelligenza potranno lusingarlo a tornare indietro per cancellare anche solo mezza riga,
e neppure tutte le tue lacrime potranno dilavarne una sola parola.”
‘Omar Khayyām* (1048?-1122)

Sono passati quasi mille anni dalla nascita di ‘Omar, il costruttore di tende poeta, astronomo più famoso del mondo, nonché brillante narratore di novelle filosofiche. Questa quartina che proviene dal Rubaiyat contiene una lezione di cui il tempo non ha minimamente scalfito l’importanza. Queste parole famose abbracciano una verità sottile che sfugge a molta gente.

Un modo di comprendere la saggezza di questa quartina è immaginare il proprio corpo a bordo di un motoscafo che incrocia sul mare alla velocità di quaranta nodi all’ora. Voi vi trovate a poppa e guardate l’acqua. Quel che vedete in questa scena immaginaria è la scia. Ora, io vi chiedo di fare un po’ di filosofia su queste tre domande.

Domanda n.1: Che cos’è la scia? Potreste concludere che la scia non è altro che la traccia che vi lasciate alle spalle.
Domanda n.2: Che cosa governa lo scafo? (Lo scafo rappresenta voi stessi che “navigate” nella vostra vita) La risposta è “l’energia generata nel momento presente dal motore è ciò che fa andare avanti la barca”. Oppure, nel caso della vostra vita, sono i pensieri del momento presente che spingono il vostro corpo a muoversi in avanti e nient’altro!
Domanda n.3: È possibile che sia la scia a governare la barca? La risposta è ovvia. La traccia che la barca si lascia a poppa non potrà mai spingerla in avanti. È solo una scia e nient’altro. “Il Dito mobile scrive; e avendo scritto, prosegue…”

Una delle maggiori illusioni consiste nel credere che il passato sia responsabile della condizione attuale della nostra esistenza. Spesso ricorriamo a spiegazioni di questo tipo per capire che non riusciamo a uscire dai nostri soliti binari. Insistiamo ad attribuire la responsabilità di ciò a tutti i problemi che abbiamo affrontato nel passato. Prendiamo le ferite che abbiamo sofferto in gioventù, ci leghiamo a esse, e diamo a quelle sfortunate esperienze la responsabilità delle nostre attuali miserie. Queste, insistiamo, sono le ragioni per cui non possiamo progredire, procedere oltre. In altre parole, viviamo nell’illusione che sia la nostra scia a guidare la nostra esistenza.
Pensate a quando siete feriti – ad esempio avete un taglio alla mano. La natura del vostro corpo si ridesta immediatamente e comincia a rimarginare la ferita. Naturalmente, dovete pulire la ferita perché guarisca – e la stessa cosa vale per le ferite emotive. Ma a quel punto la guarigione avviene piuttosto rapidamente perché la vostra natura dice: ”Chiudi tutte quelle ferite e sarai guarito”. Eppure, quando la vostra natura vi ordina: “Chiudi tutte le ferite del tuo passato”, spesso la ignorate e, invece, create una sorta di dipendenza da quelle ferite, vivendo tra i ricordi e alimentate in voi l’illusione che siano le onde di quel passato la fonte della vostra immobilità, della vostra incapacità di andare avanti.
Il dito mobile di cui parla ‘Omar Khayyām è il vostro corpo. Quel che ha scritto è completo e non c’è assolutamente nulla da fare per tornare indietro, per riscriverlo. Nessuna delle vostre lacrime potrà cancellare una sola parola della vostra storia così com’è stata scritta. Tutta l’intelligenza, tutta la preghiera e la pietà del mondo non possono mutare una sola goccia della vostra scia. È la strada che vi siete lasciata alle spalle. Sebbene possiate ricavare un beneficio dalla contemplazione di quell’itinerario, è necessario che arriviate alla consapevolezza che solo i pensieri del vostro presente possono influire sulla vostra vita odierna.
Si dice spesso che le situazioni particolari non fanno un uomo, ma lo rivelano. La tendenza ad accusare il nostro passato per i nostri guai odierni ci tenta. È la strada più semplice, perché ci fornisce un’ottima scusa per evitare di assumerci i rischi collegati al fatto di governare per conto nostro la barca. Ognuno, e sottolineo ognuno, ha nel suo passato situazioni ed esperienze che possono essere utilizzate come scuse per l’inattività. La  scia di tutte le nostre vite è piena di detriti provenienti dalla nostra storia passata. Le insufficienze dei nostri genitori, le dipendenze, le fobie, gli abbandoni, i contrasti con gli altri membri della famiglia, le occasioni perdute, la sfortuna, le condizioni economiche insoddisfacenti, e persino il fatto di essere primogeniti o ultimogeniti, di avere o non avere fratelli tutto ciò ci osserva minaccioso dalla scia che ci siamo appena lasciati alle spalle. Eppure, il dito mobile ha scritto la storia e nulla può riscriverla.
‘Omar Khayyām, anche se è vissuto in un altro luogo, in un altro tempo e ha parlato un’altra lingua, ci ricorda la semplice nozione che il passato è passato e non si può farlo rivivere. Inoltre, è una grossa illusione credere che il passato sia ciò che ci guida o ci impedisce di dare alla nostra esistenza la direzione che vogliamo oggi. Il dito è ancora attaccato al vostro cuore, e oggi può scrivere quel che preferisce, indipendentemente da quel che ha scritto ieri. E allora, svegliatevi, lasciate perdere la scia e ascoltate la saggezza di ‘Omar, il costruttore di tende!
La lezione essenziale di questa quartina è qui riassunta:

  • Vivi oggi. Abbandona il tuo attaccamento al passato e non farne una scusa per le condizioni in cui vivi oggi. Sei il prodotto delle scelte che compi proprio oggi, e nulla nella tua scia può influenzarti, se solo presti attenzione a questa semplice indicazione di buon senso.
  • Elimina il rimpianto dal tuo vocabolario. Se ti sorprendi a utilizzare il tuo passato per cercare di darti una ragione della tua incapacità di agire oggi, di’ a te stesso: ”Sono libero di staccarmi da quello che ero”.
  • Scrollati di dosso le lacrime che sono state il simbolo del tuo attaccamento al passato. La tristezza e l’autocommiserazione non riusciranno a cancellare un solo frammento, per quanto minuscolo del tuo passato. Ricorda alle parti ferite di te stesso che il passato è passato, e che oggi è ora. Impara da quelle esperienze, ringraziale per averti insegnato molte cose e quindi torna al tuo lavoro quotidiano, ora! C’è un passato, ma non è ora. C’è il futuro, ma non è ora. Afferra questa semplice verità che ti arriva da mille anni fa e utilizzala per scrivere la tua vita.

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* ’Omar Khayyām fu uno studioso e astronomo vissuto in Persia. La sua poesia riflette il suo pensiero sulla divinità, sul bene e sul male, sullo spirito, la materia e il destino.


Guarda il mondo con gli occhi dell’antropologo

Estratto da “Non perderti in un bicchier d’acqua” di  Richard Carlson – Ed Bompiani

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L’antropologia è la scienza che si occupa dell’uomo e delle sue origini. Io però vorrei considerarla qui come la capacità “di guardare con interesse il modo in cui gli altri vivono e si comportano, di osservarli con sguardo obiettivo e senza pregiudizi”. La strategia di fingersi un antropologo deve servire a suscitare in noi un atteggiamento comprensivo e paziente nei confronti degli altri. Invece di tranciare giudizi sul tuo prossimo, prova a osservarlo con interesse e gentilezza. Se provi un sincero interesse per il modo in cui qualcuno reagisce a certe situazioni, difficilmente esprimerai giudizi negativi o irritati. “Fare l’antropologo” in questo senso è un modo per non lasciarsi irritare dal comportamento degli altri.

Quando vedi qualcuno che si comporta in modo che a te pare strano, invece di reagire con frasi tipo: “Non capisco proprio come si possano fare cose del genere”, prova a pensare: “Capisco, deve essere così che si usa nel mondo di questa persona. Molto interessante.”  Però, perchè questa strategia possa essere veramente utile, devi essere sincero. C’è una sottile linea di confine tra guardare con “interesse” e osservare invece con “arroganza”, con sufficienza e con un senso di superiorità, cioè con l’intima convinzione che l’unico modo giusto di comportarsi sia il tuo.

Recentemente mi è capitato di trovarmi in un centro commerciale con la mia bambina di sei anni. A un tratto ci è passato vicino un gruppo di rockettari punk, coi capelli color arancione ritti sulla testa e pieni di vistosi tatuaggi da capo a piedi. Mia figlia subito mi ha chiesto: ” Papà, perchè girano vestiti a quel modo?”  Anni fa mi sarei subito lanciato a criticare quei ragazzi, partendo dal presupposto che io, con il mio comportamento conservatore, ero nel giusto, mentre loro sbagliavano.  Avrei dato a mia figlia  qualche spiegazione severamente critica e le avrei istillato il mio punto di vista negativo nei confronti di quei ragazzi. Ma oggi, grazie alla tattica di fingermi un antropologo, il mio modo di vedere le cose è molto cambiato, è diventato molto più indulgente. Così ho detto a mia figlia: “Hai notato come sono diversi da noi? È molto interessante, non ti pare?”. E lei, con aria un po’ dubbiosa, mi ha risposto: “Sì, paparino, però io preferisco i miei capelli biondi.” Ed è fnita lì. Invece di fissarci su un giudizio negativo nei confronti di quei ragazzi, la mia bambina e io abbiamo lasciato cadere l’argomento e abbiamo continuato a goderci la nostra passeggiata.

Quando cerchi di capire il punto di vista degli altri, non significa che lo vuoi condividere. Per esempio, di certo io non mi sognerei mai di abbigliarmi come quei ragazzi punk, ma penso che non tocchi a me giudicarli. Una delle regole essenziali per vivere felici è non dimenticare mai che esprimere critiche sugli altri richiede un sacco di energia e ti distrae da quello che vorresti invece fare veramente.

Visto che parliamo di interesse per le abitudini degli altri, restiamo in argomento e consideriamo il principio delle realtà separate.

Se sei stato all’estero o se, più semplicemente, hai visto al cinema usi e costumi di certi paesi stranieri, avrai notato le grandi differenze che esistono tra le varie culture del mondo. Il principio delle realtà separate dice che anche fra gli individui esistono altrettante differenze. Non ci aspetteremmo mai che persone di cultura diversa vedano o facciano le cose allo stesso modo in cui le vediamo o le facciamo noi (anzi, ne restemmo delusi). E lo stesso avviene per le differenze tra gli individui. Non si tratta di tollerare le diversità, ma di capire e rispettare il fatto che non potrebbe essere diversamente.

Accettare e capire questo principio può cambiarti la vita. Può eliminare potenzialmente scontri e liti. Quando ci aspettiamo di vedere le cose in modo diverso, quando diamo per scontato che gli altri facciano le cose in modo differente da noi e reagiscano diversamente agli stessi stimoli, l’indulgenza che proviamo per noi e per gli altri aumenta vertiginosamen-te. Ma nel momento in cui non abbiamo questa aspettativa, si crea il potenziale per un conflitto.

Ti invito dunque a riflettere seriamente e profondamente su questo principio e a rispettare il fatto che siamo tutti diversi. Vedrai che l’amore che provi per gli altri, come pure la considerazione che hai per la tua stessa unicità, cresceranno notevolmente.

Il Tempo

Il Tempo – Kahlil Gibran


 

E un astronomo disse:
“Maestro, parlaci del Tempo”.

 

E lui rispose:
“Vorreste misurare il tempo, l’incommensurabile e l’immenso.
Vorreste regolare il vostro comportamento e dirigere il corso del vostro spirito secondo le ore e le stagioni. Del tempo vorreste fare un fiume per sostare presso la sua riva e guardarlo fluire.

Ma l’eterno che è in voi sa che la vita è senza tempo
E sa che l’oggi non è che il ricordo di ieri, e il domani il sogno di oggi.
E ciò che in voi è canto e contemplazione dimora quieto
entro i confini di quel primo attimo in cui le stelle furono disseminate nello spazio.
Chi di voi non sente che la sua forza d’amore è sconfinata?
E chi non sente che questo autentico amore, benché sconfinato, è racchiuso nel centro del proprio essere,
e non passa da pensiero d’amore a pensiero d’amore, né da atto d’amore ad atto d’amore?
E non è forse il tempo, così come l’amore, indiviso e immoto?

Ma se col pensiero volete misurare il tempo in stagioni, fate che ogni stagione racchiuda tutte le altre,
e che il presente abbracci il passato con il ricordo, e il futuro con l’attesa”.

Coraggio o paura? E se invece…

Estratto da ” Il Coraggio e la Paura” di Vito Mancuso. – Garzanti

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La paura  stringe  e  alla  vita viene  a  mancare  il  respiro,  tutti conosciamo la sensazione. Potenziali portatori del virus, Siamo diventati una minaccia gli uni per gli altri e tutti oggi abbiamo paura di tutti. Ma se la paura stringe, questo significa che, se si scioglie e se ne va, la vita torna ad allargarsi e il respiro si dilata e si fa più profondo; noi diciamo che possiamo quindi “tirare un bel sospiro di sollievo”. Ne abbiamo tutti bisogno, e io vorrei che queste pagine facessero tirare un respiro di sollievo. Sollievo, direi anche consolazione, quel nobile veritiero sentimento che si prova leggendo l’Apologia di Socrate di Platone, i Pensieri di Marco Aurelio, la Consolazione della filosofia di Boezio, i Saggi di Montaigne, l’Etica di Spinoza; che si prova ascoltando la musica di Bach, di Haendel, di Beethoven e ammirando l’arte del nostro Rinascimento e in particolare di Leonardo e di Raffaello; che scaturisce ponendosi dimentichi di sé al cospetto della forza del mare, del silenzio della montagna, del mistero del cielo; quel sollievo e quella consolazione che al sommo livello provengono dal dimorare nel bene e nella giustizia e che la vita autentica sa dispensare a tutti coloro che la coltivano.

Sollievo ha la medesima radice di sollevare: occorre sollevarsi un po’ dalla ristretta prigione di questo quotidiano oppressivo, occorre salire, anzi risalire, e così prendere le distanze da quella cosa nera che la sequenza dei giorni terribili ha depositato dentro di noi e che ora ci portiamo dentro, non sappiamo bene dove ma dentro. Quella cosa nera annerisce, è nera e fa vedere nero, l’orizzonte il respiro si scuriscono ed esce aria nera dalle bocche. Se però si individua la cosa nera attorcigliata dentro, se si riesce ad afferrarne la coda, e con fatica ma senza mollare la si tira su dalle viscere in cui si è insediata e si arriva a spuntarla dalla bocca, allora anche la vista torna schiarirsi e si vede più nitidamente davanti e dentro di sé, e ci si può sollevare, si trova sollievo e si respira più profondamente, forse anche adesso.
Vivere richiede fatica, nessuno se lo dimentica, e se anche uno se lo dimenticasse ci penserebbe la vita, soprattutto di questi tempi, a ricordarglielo. Però si può almeno imparare a sorridere, e a respirare più profondamente. Lo si può fare facendo tesoro della saggezza esistenziale e spirituale distillata lungo i secoli da chi ci ha preceduto in questa vita, per me rappresentata in particolare dalla sapienza classica, depositata così intimamente nella nostra lingua, e da una rinnovata sapienza cristiana, aperta la filosofia moderna e alle altre tradizioni spirituali. Questa saggezza mica ci può aiutare a individuare, comprendere e trasformare la cosa nera dentro di noi. Per farlo ci vuole un po’ di coraggio, un coraggio gentile e intelligente. Ecco: il coraggio e la paura. Il coraggio alle prese con la paura.

2. Prima tesi: la paura non è sempre negativa
e il coraggio non è sempre positivo

Esiste un diffuso pregiudizio riguardo alla paura e al coraggio che occorre riconoscere e superare, ovvero che la paura, la cosa nera, sia sempre qualcosa di negativo, e il coraggio, la cosa rossa, sempre qualcosa di positivo. La realtà invece è diversa.
La paura è un dio, e dicendo dio non intendo una divinità che sta lassù nel cielo e vivere nei secoli dei secoli; intendo piuttosto una forza che sta quaggiù in terra, precisamente dentro di noi, e che però è più forte di noi e che ci stringe, secondo senso antropologico e culturale del divino su cui mi soffermerò più avanti. La paura ci afferra, il respiro viene mozzato, e se essa permane si genera angoscia che può persino produrre terrore, il livello più alto della scala della paura, come seguito argomenterò.
Non sempre però la paura è negativa; anzi, saputo interpretare e controllare, essa può risultare positiva, qualche volta molto positiva, ci può salvare la vita. Senza paura sia temerarietà, ovvero ignoranza che produce sconsideratezza, In quanto si ignorano le preziose informazioni trasmesse dalla paura con tutte le conseguenze che ne derivano, talora mortali; e chi ne vuole la conferma chieda alle montagne, ai mari, alle strade. La paura è un messaggio della vita: Se fossimo nell’antica Grecia diremmo che è un’inviata del dio messaggero, Hermes, che gli antichi romani chiamavano Mercurio, e come tale essa è ermeneutica e mercuriale.

Lo stesso vale per il coraggio, la cosa rossa. Esso non è il contrario della paura, perché il contrario del coraggio è la viltà, la codardia, la vigliaccheria. Il coraggio anzi presuppone la paura, nel senso che si può essere coraggiosi solo sapendo cos’è la paura e superandola mediante l’azione del cuore detta per l’appunto coraggio punto che il coraggio sia associato al cuore lui indica la parola, formato dal termine latino cor, cordis, “cuore”, e dal suffisso -aggio che la nostra lingua utilizza per indicare l’azione svolta dal sostantivo cui lo si applica (come per esempio accade in spia-spionaggio, canoa-canottaggio e tanti altri casi). Il coraggio è l’azione del cuore che vince la freddezza della mente toccata dall’emozione negativa della paura. La mente cosciente fa il suo mestiere e infonde paura; il cuore, in quanto mente cosciente e in più consapevole, fa il suo mestiere e trasforma la paura in coraggio. Il coraggio legato al cuore perché quando si esercita si percepisce un calore speciale nel petto, in quella zona centrale del nostro essere dove le correnti fredde dei ragionamenti razionali e le correnti calde delle passioni viscerali trovano la giusta miscela e formano il calore vitale, quella forza primigenia preziosissima che Spinoza chiamava conatus essendi, “desiderio di esistere”, e Bergson èlan vital, “slancio vitale”, e che noi possiamo chiamare anche voglia di vivere, ottimismo, fiducia, speranza, sorriso, respiro profondo.

Il coraggio esprime forza, e la logica dell’essere è la forza aggregante costruttrice di relazioni, per cui parlare del coraggio significa toccare il centro della vita e della sua dinamica. Se il mondo esiste è perché anche la natura ha avuto e ha, a suo modo, coraggio; se non l’avesse, essa sarebbe solo natura naturata, cioè statica, ferma, in un certo senso natura morta, mentre la natura, grazie alla sua forza interiore, è anche e soprattutto natura viva, natura naturante, cioè dinamica, evolutiva, progressiva, tant’è che dalle polveri primordiali, che oggi chiamiamo quark, sono potuti sorgere la luce della mente e il calore del cuore. È grazie al coraggio che pervade l’essere. Facciamo parte di un grande romanzo epico che si va scrivendo ancora oggi, dentro e fuori di noi, e il suo inchiostro si chiama coraggio: il coraggio in quanto forza dell’essere. Esercitato dentro di noi, il coraggio è una virtù; come vedremo, una virtù cardinale.

Ora però facciamo attenzione alle parole perché esse, soprattuto quando sono antiche, racchiudono un messaggio prezioso. […]
Coraggio in latino si dice virtus, sostantivo che significa però anche virtù, come ad affermare che la virtù per eccellenza è il coraggio, così per lo meno pensavano gli antichi romani che anzitutto sulla guerra di conquista avevano costruito la loro civiltà. In greco coraggio si dice andréia, virtù si dice areté. Ora analizziamo ognuno dei tre termini: 1) virtus è strettamente legato a vir, che in latino significa “uomo” nel senso di. “maschio”, “guerriero”; 2) andréia deriva da anér, andròs, che in greco ha esattamente il medesimo significato di vir: “uomo, maschio, guerriero”; 3) areté ha una significativa assonanza con Ares, il dio della guerra, per cui anche per gli antichi greci la virtù per eccellenza, almeno nella fase originaria della loro civiltà, è quella guerresca, come emerge in modo evidente negli eroi omerici. […]
Il coraggio quindi, ritenuto originariamente virtù per eccellenza, ha una strettissima connessione con la forza esercitata nel combattimento, con la guerra. Sia i greci sia i romani (i nostri avi, le nostre radici, cioè noi), concepivamo la virtù in primo luogo come capacità di risolvere i problemi combattendo, come capacità di affrontare e sconfiggere il nemico con le armi, altra parola, armi, che ha a che fare con la radice -ar, quella di Ares e di areté. Il coraggio appare così la virtù guerresca per eccellenza, è strettamente imparentato con l’imposizione, con la forza esercitata in modo violento. Ne consegue che una persona sempre e solo coraggiosa, una persona che non ha paura di niente, è una persona tendenzialmente pericolosa, soggetta a trasformarsi in un bullo, con quell’aria predatoria e lo sguardo tipico della persona che “non deve chiedere mai”, come diceva una pubblicità di quand’ero ragazzo. Oppure, per fare una citazione più dotta, di Simone Weil che si rifà a Platone: “Il coraggio è la virtù più visibile nella caverna perché dipende dalla forza” .*

È sbagliato pensare che il coraggio sia sempre solo positivo, così come è sbagliato pensare che la paura sia sempre solo negativa. Non c’è niente al mondo che sia sempre positivo o sempre negativo. L’acqua è la fonte della vita ma può diventare alluvione, il fuoco ci scalda ma si trasforma in incendio, l’aria ci tiene in vita ma come uragano semina morte, la terra ci nutre e la chiamiamo madre però a volte trema e si fa terremoto. Quanto detto dei quattro elementi della fisica antica vale per ogni altra realtà. Impossibile pensare a giustizia, verità, bellezza, divinità, senza vederne il lato ambiguo. Tutto nella vita è soggetto alla contraddizione.
Per questo il contrassegno della saggezza sta nel saper distinguere. Ma per saper distinguere, eccoci al punto, si devono ascoltare i messaggi della paura. Anche la cosa rossa, senza la calma e la moderazione che le deriva dalla presenza della cosa nera, può diventare tossica. Dobbiamo quindi ringraziare le nostre paure, come ringraziamo il nostro coraggio. E così come diffidiamo delle paure e le vogliamo superare, così dobbiamo diffidare di un coraggio eccessivo che può degenerare in temerarietà, aggressività, violenza.
Eraclito disse:” Il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte le cose re.”; ma seppe anche aggiungere: “Da elementi che discordano si ha la più bella armonia”. Ecco il concetto decisivo: armonia. Anzi, harmonia, come si scrive in latino e in molte lingue moderne che rispettano lo spirito aspro del termine greco originario. Ma attenzione: cosa fa in modo che si entri a patti con l’avversario che ci contrasta, riconoscendo il suo diritto e stringendo alleanza con lui così da creare armonia? Semplice: la sua forza e la paura che essa provoca in noi. Senza questa paura, nessuno esiterebbe a esercitare sempre e solo la forza, sia essa fisica, psichica, intellettuale o di qualunque altro tipo. È quello che un giorno gli ambasciatori di Atene spiegarono agli abitanti dell’isola di Melo: “I concetti della giustizia affiorano e assumono corpo nel linguaggio degli uomini quando la bilancia della necessità sta sospesa in equilibrio tra due forze pari. Se no, a seconda; i più potenti agiscono, i deboli si flettono”. Quindi l’armonia, il patto, l’alleanza, la cooperazione, la simbiosi, cioè la logica migliore della vita che possiamo denominare relazione, non potrebbe nascere se il coraggio in quanto logica che impone se stessa, la logica denominata forza, non venisse costretto a venire a patti dalla paura. Ribadisco quindi la mia tesi: la paura non è sempre negativa e il coraggio non è sempre positivo.

*Riferimento al Mito della Caverna di Platone

Del testo originale sono state tralasciate tutte le note esplicative.