Pensare: riflessioni dal passato e dal presente

„Tutti, o fratello Gallione, vogliono vivere felici, ma quando poi si tratta di riconoscere cos’è che rende felice la vita, ecco che ti vanno a tentoni. […] Perciò dobbiamo prima chiederci che cosa desideriamo; poi considerare per quale strada possiamo pervenirvi nel tempo più breve, e renderci conto, durante il cammino, sempre che sia quello giusto, di quanto ogni giorno ne abbiamo compiuto e di quanto ci stiamo sempre più avvicinando a ciò verso cui il nostro naturale istinto ci spinge.
Finché vaghiamo a caso, senza seguire una guida ma solo lo strepito e il clamore discorde di chi ci chiama da tutte le parti, la nostra vita si consumerà in un continuo andirivieni e sarà breve anche se noi ci daremo giorno e notte da fare con le migliori intenzioni. Si stabilisca dunque dove vogliamo arrivare e per quale strada, non senza una guida cui sia noto il cammino che abbiamo intrapreso, perché qui non si tratta delle solite circostanze cui si va incontro in tutti gli altri viaggi; in quelli, per non sbagliare, basta seguire la strada o chiedere alla gente del luogo, qui, invece, sono proprio le strade più frequentate e più conosciute a trarre maggiormente in inganno.
Da nulla, quindi, bisogna guardarsi meglio che dal seguire, come fanno le pecore, il gregge che ci cammina davanti, dirigendoci non dove si deve andare, ma dove tutti vanno. E niente ci tira addosso i mali peggiori come l’andar dietro alle chiacchiere della gente, convinti che le cose accettate per generale consenso siano le migliori e che, dal momento che gli esempi che abbiamo sono molti, sia meglio vivere non secondo ragione, ma per imitazione.“
— Lucio Anneo Seneca, libro De vita beata
I sec. dC
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Socrate diceva: “Non so niente, proprio perchè se non so niente problematizzo tutto”. La filosofia nasce dalla problematizzazione dell’ovvio: non accettiamo quello che c’è, perchè se accettiamo quello che c’è, lo ricorda Platone, diventeremo gregge, pecore. Ecco: non accettiamo quello che c’è.
La filosofia nasce come istanza critica, non accettazione dell’ovvio, non rassegnazione a quello che oggi va di moda chiamare sano realismo. Mi rendo conto che realisticamente uno che si iscrive a filofosia compie un gesto folle, però forse se non ci sono questi folli, il mondo resta così com’è… così com’è. Allora la filosofia svolge un ruolo decisamente importante, non perchè sia competente di qualcosa, ma semplicemte perchè non accetta qualcosa.  E questa non accettazione di ciò che c’è non la esprime attraverso revolverate o rivoluzioni, l’esprime attraverso un tentativo di trovare le contraddizioni del presente e dell’esistente, e argomentare possibilità di soluzioni: in pratica, pensare. E il giorno in cui noi abdichiamo al pensiero abbiamo abdicato a tutto.
– Umberto Galimberti, Incontro Intellego -Percorsi di emancipazione democrazia ed etica  Copertino, 25 gennaio 2008

La scienza perduta della preghiera

Estratto da: ” La scienza perduta della preghiera” di Gregg Braden   – Macro Edizioni

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“Dentro di noi esistono forze selvagge e meravigliose”.

Con queste parole San Francesco d’Assisi descrisse il mistero e il potere che convivono nell’animo di ciascun uomo, donna e bambino della Terra. Rumi, il poeta sufi, ha descritto la grandezza di quel potere, paragonandolo a un fantastico remo che ci spinge lungo il flusso della vita. “Se anche voi come me porrete all’opera la vostra anima su questo remo” egli esordì “ il potere che ha creato l’universo entrerà nelle vostre membra non da una fonte esterna, bensì da un regno celeste che dimora in ciascuno di noi”.

Attraverso il linguaggio della poesia, Rumi e San Francesco esprimono un concetto che va oltre la natura ordinaria dell’esperienza quotidiana. Con le parole del loro tempo, ci ricordano ciò che gli antichi definivano come la più grande forza dell’universo, il potere che ci unisce al cosmo. Oggi conosciamo quel potere col nome di “preghiera”. Parlando della preghiera, San Francesco disse semplicemente: “Il risultato della preghiera è la vita”. La preghiera ci dà vita, egli affermava, perché “ irriga la terra e il cuore”.

La conoscenza è il ponte che ci unisce a tutti quelli che hanno vissuto prima di noi. Civiltà dopo civiltà, vita dopo vita, le storie personali di ciascuno confluiscono nella storia collettiva dell’umanità. Tuttavia, a prescindere dal livello di conservazione delle informazioni tramandateci dal passato, le parole di quelle storie si limitano a restare dei semplici “dati” finché noi non riusciamo a dotarle di significato. Infatti, è proprio il modo in cui applichiamo nella vita quelle conoscenze antiche, a trasformarsi in saggezza nel presente.

Per migliaia di anni, ad esempio, i nostri predecessori ci hanno tramandato la conoscenza della preghiera, del perché funziona e dell’uso che possiamo farne. I nostri avi hanno affidato a templi imponenti e a tombe nascoste la potente forma di conoscenza insita nella preghiera, grazie a linguaggi e costumi che hanno subito ben pochi mutamenti nel corso degli ultimi cinquemila anni. Ma il segreto non si cela nelle parole che compongono le preghiere. Proprio come la portata di un programma informatico va al di là del linguaggio in cui è scritto, anche noi dobbiamo cercare una dimensione più profonda nella preghiera, per comprendere il reale potere che ci attende in essa, quando vi ricorriamo. […].

Per scatenare quelle che San Francesco aveva definito come le “forze meravigliose e selvagge” che risiedono in noi e per trovare le giuste condizioni in cui il desiderio più profondo del nostro cuore possa diventare realtà, dobbiamo comprendere il rapporto che intratteniamo con noi stessi, con il mondo e con Dio. La conoscenza necessaria per farlo ci è data dalle parole che ci giungono dal passato. Nella sua opera Il Profeta, Kahlil Gibran ci ricorda che nessuno può insegnarci cose che già sappiamo. Egli afferma: ”Nessuno può rivelarvi ciò che sonnecchia nell’alba della vostra conoscenza”. È molto sensato ritenere che, racchiuso in noi, esista già un potere che ci consente di comunicare con la forza che determina la nostra esistenza! Per fare questo, tuttavia, dobbiamo scoprire chi siamo veramente. […]

Per quanto molteplici culture e stili di vita possano apparire superficialmente diversi, nel profondo siamo tutti alla ricerca delle stesse cose: un lembo di terra da chiamare casa, una soluzione per provvedere ai bisogni della famiglia e un futuro migliore per noi e per i nostri figli. Vi sono anche altre due domande che persone di tutte le culture mi pongono spesso, direttamente o attraverso i traduttori. La prima è semplicemente questa: “Cosa sta succedendo al nostro mondo?”. La seconda è: “Cosa possiamo fare per migliorare le cose?”. La risposta a entrambi i quesiti sembra essere imbevuta di un’unica consapevolezza, che si rifà alla visione moderna della preghiera e, nel contempo, alle più antiche e rispettate tradizioni spirituali del passato.

Le informazioni e la comunicazione

Le riflessioni riportate in questo articolo sono trasferibili anche ai contesti sociali nei quali viviamo costantemente: famiglia, lavoro, gruppi sportivi e di qualsiasi altro genere. Inconsciamente si dà per scontato che la lingua comune (italiano, nel nostro caso) sia sufficiente per comprendersi. Spesso non è così.

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Estratto da “ I quaderni dell’Università del volontariato “
Le organizzazioni di volontariato alla luce delle teorie sui gruppi  – Cap. 3.2. pag. 22   Allegato a: V dossier – Rivista periodica dei Centri di Servizio per il volontariato di Marche, Messina e Milano – dic. 2013 anno 4 – numero 2.

 

La comunicazione è qualsiasi operazione che ponga in relazione dei soggetti umani e che consista nel trasmettere una conoscenza, un’informazione, un’emozione; più precisamente è un rapporto interumano, un «contatto» avente come scopo quello di fare partecipi gli individui appartenenti a quel gruppo della conoscenza o presa di coscienza di qualche cosa, attraverso uno scambio di informazioni (1). È ovvio che fra i componenti di un gruppo ogni scambio di informazione implica anche scambio di significati, che dipendono dalle epistemologie di ciascun componente e del gruppo nel suo insieme. Vale la pena ricordare quanto afferma Bateson: «Vedete, io non penso che un’azione o una parola siano una definizione sufficiente di se stesse; credo invece che un’azione o la targhetta posta su un’esperienza debbano essere sempre viste, come si dice, in un contesto. E il contesto di ciascuna azione è formato dall’intera rete dell’epistemologia e dallo stato di tutti i sistemi implicati, con la storia che ha portato a questo stato. Ciò che noi crediamo di essere dovrebbe essere compatibile con ciò che crediamo del mondo intorno a noi» (Bateson, Dove gli angeli esitano 1990, p.266).

Ogni persona vive una serie di esperienze e raccoglie, attraverso i suoi canali percettivi, una infinità di osservazioni; tra tutte queste ne seleziona alcune, che poi trasforma a partire da una serie di variabili sia personali sia di contesto. Queste vengono poi trasformate in descrizioni, cioè vengono tradotte in un «linguaggio» che le rende comprensibili anche ad altri, che a loro volta trasformano in idee proprie quelle determinate esperienze.

Risulta chiaro, da questa descrizione molto sommaria, come il passaggio di informazioni comporti continui aggiustamenti dei messaggi e continue trasformazioni; si pone allora una domanda fondamentale per il lavoro di una organizzazione: quali informazioni possono essere utili e come possono costituire un bagaglio comune per i componenti del gruppo di lavoro? Al di là del modello circolare in cui tutti hanno a disposizione tutte le informazioni, modello ideale e assolutamente impercorribile oltre che probabilmente dannoso, è possibile tentare una risposta attraverso il concetto di “unità informativa”. Le informazioni a disposizione di ogni componente vengono selezionate in base alla loro significatività in relazione agli obiettivi e ai contenuti del lavoro dell’associazione nel suo complesso e in quel momento particolare; è necessario un chiarimento continuo su questo livello metodologico, così da consentire a ciascuno di avere a disposizione un filtro il più possibile comune e condiviso. Questo procedimento non elimina comunque il problema dei filtri personali, nel modo di leggere e descrivere la realtà, ma consente uno scarto minore almeno rispetto alle variabili esplicitabili. Dopo questa operazione preliminare, le informazioni vengono messe in comune ed elaborate alla luce di quelle degli altri sino ad arrivare a costituire un bagaglio unico. Sempre Miller, tra le sue ipotesi, sostiene che: «Quanto maggiore è l’interazione tra due sistemi (o tra componenti di uno stesso sistema(2)), tanto più simile diviene la distribuzione dell’informazione comune» (Miller 1986, p.267). Si può quindi supporre che questo sia un processo auto rinforzantesi; aumentandolo scambio di informazioni aumenta la capacità interna del sistema di distribuire le stesse fra i membri, potenziando le modalità di flusso delle comunicazioni. Sono cioè unità informative tutte quelle informazioni, ad ogni livello, comuni e condivise che possono apportare un mutamento all’operatività. A questo punto ogni membro ha a disposizione ulteriori elementi per poter operare, ed in base a questi e alle esperienze successive acquisirà nuove informazioni che andranno a formare successivamente una nuova unità informativa, e così di seguito.

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(1) Il concetto di informazione non coincide con quello di significato. Significato è il valore che ogni informazione assume per il sistema che la elabora: esso comporta un cambiamento in quei processi del sistema attivati dall’informazione, che spesso risultano da associazioni stabilite nella precedente esperienza con quello stesso significato. Miller, definisce l’informazione come «il grado di libertà esistente, in una data situazione, di scegliere tra segnali, simboli, messaggi o configurazioni che debbono essere trasmessi» (Miller, James G. Teoria generale dei sistemi viventi. Milano: Franco Angeli, 1986.).

(2) Sistema = gruppo.

http://www.csvlombardia.it/wp-content/uploads/2019/02/Udv_La-gestione-dei-gruppi.pdf

 

 

Rinunce e senso di impotenza come opportunità per il domani

di Ermanna

L’emergenza sanitaria di questo periodo ha posto limitazioni che fino a qualche settimana fa non immaginavamo lontanamente. Sembra di essere in guerra, dice qualcuno. Ma la guerra può essere prevedibile, mentre questo è stato un imprevisto, con tutte le sue drammaticità e tragedie, davvero inatteso.

Stiamo vivendo una condizione che raramente si è verificata nella storia e, anche in quelle sporadiche occasioni, la sua evoluzione non è mai stata tanto rapida e globale. Situazione più unica che rara, più delle guerre stesse, anche di quelle “mondiali”, perché qui non ci sono barriere o confini che possiamo difendere.
Nell’aria aleggia un senso di vulnerabilità, attesa e incertezza che provoca ansia. L’inattività prolungata cambia inconsciamente anche la nostra identità e ci sembra di aver perso una parte di noi. Non siamo più abituati a questi ritmi lenti e stiamo vivendo in una sorta di dinamismo paralizzato.
Le rinunce a cui siamo sottoposti ci fanno sentire defraudati del libero arbitrio, della possibilità di scelta. Proviamo un senso di impotenza come mai negli ultimi decenni. In molti questa impotenza si traduce in paura, frustrazione, aggressività che in alcuni si trasforma in rabbia. Non riusciamo ad accettare (perché capire, lo capiamo) la necessità di isolamento e della privazione di scambi umani che fino a ieri davamo per scontato perchè privati del loro significato più profondo. Come popolo abbiamo compreso nuovamente cosa significa essere abbandonati, rifiutati e non l’abbiamo presa bene.

Ora che restiamo di più in famiglia, la nostra capacità di relazione viene messa alla prova costantemente. Una convivenza così continuativa, alla quale molti non erano più abituati, può diventare di difficile gestione. Ripensiamo ad Anna Frank, agli anni di guerra vissuti nascosta, confinata in un appartamento sotto i tetti con la sua famiglia e altre persone, senza mai poter uscire. Cosa ci può essere di più frustrante? Eppure ne è nato un Diario che ha dello sbalorditivo, soprattutto se si pensa scritto da una ragazzina di quattordici anni, che viveva sotto il terrore costante di essere scoperta e deportata nei lager.

Oggi si è aperta davanti a noi un’alternativa. La sofferenza emotiva e fisica e i danni all’economia, nazionale e personale, ci sono e perdureranno ancora con ripercussioni più o meno prevedibili e non si possono ignorare. Vedere nuove possibilità sembra un paradosso: ma è così. Ogni imprevisto cela delle opportunità per migliorare perché ci pone davanti alla necessità di un cambiamento.

Osserviamo la nostra vita adesso.
In famiglia si ritorna a stare a tavola insieme, due-tre volte al giorno, sette giorni su sette, come una volta. Siamo obbligati, sì, ma molti ne sono contenti. È l’occasione di togliere l’attenzione dall’esterno e focalizzarci all’interno, di riscoprirci come famiglia. Di vedere qualcosa che non abbiamo mai notato, perché abbiamo perso la capacità di osservare noi stessi e l’altro, di esprimere paure, speranze e visioni del futuro.
Oggi abbiamo lo spazio-tempo per riscoprire aspetti di condivisione e di ascolto dimenticati a causa delle richieste sociali e lavorative sempre più esigenti e pressanti che ci separano. È il recupero dei rapporti umani più profondi, spesso accantonati per qualcosa che sembra più appagante, ma più effimero.
È l’opportunità di sviluppare nuovamente la pazienza, la disponibilità, il senso di appartenenza e il senso del sacrificio. Sacrificio inteso come “sacrum facere” cioè fare “qualcosa” che è sacro perché produce il bene personale e comune.

E dopo?
Quando tutto questo sarà solo un ricordo, quando ne saremo usciti definitivamente, che cosa ci rimarrà?

È importante vivere il momento presente con la massima attenzione verso noi stessi e gli altri, non per colpevolizzare o impaurire, ma per consolare o incoraggiare. Sarebbe opportuno osservare le nostre azioni e le nostre reazioni dando loro il giusto valore, guardando come spettatori super partes i nostri pensieri di paura, ansia, frustrazione e rabbia, collocandoli nella giusta prospettiva, senza giudizio, nell’ottica dell’equilibrio emozionale. Perché la paura e l’ansia abbassano la reattività del sistema immunitario così come la nostra obiettività davanti a un problema.

Stiamo recuperando alcune sane abitudini del passato? Stiamo imparando (1) qualcosa di nuovo?

Non è sufficiente imparare con l’intelletto. Molti insegnamenti restano a livello intellettuale, mentale. Ciò che non scende nel cuore, nel nostro intimo, nelle nostre cellule non dura a lungo. Sappiamo che “la mente gioca brutti scherzi”, altera la percezione e scatena emozioni. E quando vuole, quando le fa comodo oppure con il passare del tempo, dimentica o modifica i ricordi.

Quanto di questa esperienza verrà distorta o rimossa dalla nostra mente, nel prossimo futuro? Quante delle promesse che stiamo facendo a noi stessi riusciremo a mantenere e per quanto a lungo?

“La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni” diceva Karl Marx, ma un altro Carl (Jung) ci ha indicato la via per ottenere il Sapere del cuore.

Oggi abbiamo l’opportunità di dare una svolta al nostro vivere, recuperando i valori fondamentali dell’essere umani, lasciando andare ciò che è non solo inutile, ma a volte dannoso per il nostro equilibrio psicofisico.
Sia dal punto di vista personale sia da quello planetario, consideriamo quanto i nostri nostri pensieri e comportamenti passati sono stati forieri di situazioni critiche. Ora, ancora una volta e una volta di più, abbiamo il potere e la responsabilità di cambiare le cose nella nostra vita per il bene nostro, di chi amiamo e di tutto il pianeta.

Allora, quali promesse fare e come mantenerle?
Ognuno sceglie per sé ciò che ritiene opportuno: l’interiorità di ciascuno, se ascoltata davvero, esprime richieste. Un breve elenco di promesse a se stessi può aiutare a rimanere centrati più a lungo e non cedere di nuovo all’urgenza della vita esteriore, accantonando  l’importanza della vita interiore. Tenere questa check-list vicina, leggerla più volte per riportare alla memoria quanto vissuto nei primi mesi del 2020, per ricordare che abbiamo l’intera esistenza, personale e del pianeta, nelle nostre mani.

Incominciamo a conoscerci: è il momento opportuno per iniziare a farlo.

L’augurio è quello di uscire presto da questa drammatica situazione, nella speranza che quanto stiamo vivendo adesso abolisca le divisioni vissute fino a ieri e ci tenga uniti anche in futuro, aiutandoci a comprendere con il cuore come vogliamo che sia la nostra vita e agire di conseguenza per avvicinarci sempre più al traguardo.

 

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(1) Imparare: dal latino “parare”, apparecchiare, apprestare, procacciare e indi acquistare, prendere possesso. Apprendere con l’intelletto (etimo.it).

 

 

Vibrazione, l’origine del benessere

“ …Non vi è nulla di accidentale rispetto alla malattia, né al tipo, né alla zona del corpo dove si manifesta: come qualunque risultato dell’energia, segue la legge causa-effetto.”
“Guarisci te stesso” Edward Bach

 

di Ermanna

La  “vibrazione” è  il ritmo dell’energia.

Materia ed energia sono manifestazioni diverse della stessa sostanza primaria di cui tutto è composto. L’energia a bassissima frequenza è stata definita materia fisica, l’energia sottile invece vibra a frequenza alta, superiore a quella della luce e pertanto non è percepibile ai nostri sensi. Entrambe esistono, la differenza è solo nella velocità di vibrazione/frequenza.

Se tutta la materia è energia, il corpo umano è energia.

La materia (corpo-energia) e coscienza (mente-consapevolezza di sé) sono dimensioni diverse dell’entità Uomo.

Non è possibile una visione completa dell’Uomo, del suo benessere, del suo disagio o del suo stato organico, senza tenere conto del suo aspetto somatico, dell’ambito   psichico-emozionale e di quello energetico. È fondamentale sottolineare che tutte queste componenti coesistono e sono sullo stesso piano.

Facendo un passo indietro nel tempo, prima di Einstein e della sua teoria che la materia è energia,  possiamo far risalire la scissione tra mente-corpo a Cartesio con il “Cogito ergo sum, sive existo”, che identificava l’Uomo con il pensiero razionale. Questa concezione ha fatto da fondamento alla successiva visione meccanicistica del paradigma newtoniano, le cui leggi sono applicate ancora in gran parte della Scienza moderna, che ha dato una visione del Tutto più specifica, selettiva e frammentata,  sfociata nella convinzione che  il corpo è una macchina biologica sofisticata regolata dal cervello. Le straordinarie conoscenze conseguite sul funzionamento del corpo umano e di qualsiasi altro evento presente in natura sono da attribuire al lavoro indefesso di scienziati con questo orientamento, ai quali dobbiamo una riconoscenza profonda per i progressi in campo medico e scientifico.

È a grazie (o a causa) di questa visione che, in questi ultimi secoli, abbiamo perso sempre più la percezione profonda del nostro sé fisico ed energetico come parte integrante di noi e il pensiero (mente) ha assunto una importanza predominante. La mente, più tecnicamente definita psiche, con quel suo universo di emozioni, pensieri e conoscenze ci fa sentire unici rispetto al resto del pianeta.

Il biologo cellulare Bruce Lipton sostiene, come conseguenza del fatto che materia ed energia sono strettamente collegate, che anche mente (energia sottile) e corpo (materia-energia a bassa frequenza) sono strettamente collegati tra loro. I pensieri, o l’energia della mente, influenzano direttamente il modo in cui il cervello fisico controlla i processi fisiologici del corpo.

Quindi cosa influenza il nostro benessere? Sicuramente le energie che si condensano come vibrazioni nel corpo, nella mente e nelle emozioni.

Quando osserviamo con attenzione, possiamo accorgerci se davanti a noi abbiamo una persona che è “tutta testa” (cioè che vive completamente sotto la spinta della razionalità), qualcuno che è drammaticamente nelle emozioni e nelle relazioni affettive oppure nell’ambito fisico (radicato nelle necessità primarie e materiali). A volte, vi è una commistione di due di queste parti a scapito della terza.

Chi tra noi ha davvero in equilibrio queste componenti?
Queste qualità dovrebbero essere aspetti in armonia tra loro. Tuttavia le dissonanze vibratorie hanno alla loro radice conflitti costantemente operanti al nostro interno, che a lungo andare si ripercuotono sul corpo. Non c’è differenza di qualità; è sempre un contrasto tra gli ambiti interiori di noi che agisce e che può manifestarsi in modo più o meno accentuato a seconda dell’intensità e profondità della lotta interiore che ciascuno vive.
Quando è presente un conflitto,  il nostro corpo invia risposte fisiche che ci allarmano, dalla semplice tensione allo stress, dal mal di testa alla tachicardia e altro ancora. Le nostre vibrazioni energetiche sono alterate: noi stiamo male.

Tutto questo dove ci porta?
Se riconosciamo che il nostro corpo è energia e la manifestazione dell’energia è la capacità vibratoria, quando una nostra vibrazione viene alterata da stress, preoccupazioni, dolore, percepiamo disagio e malessere;  potrebbero in seguito sopravvenire malattie “psicosomatiche”. A volte invece accadono cambiamenti vibratori positivi: per esempio, quando ci innamoriamo, quando ci incantiamo davanti a un neonato o allo spettacolo della natura, ecc.;  allora entriamo in uno stato di beatitudine dove nulla ci scalfisce, anche solo per qualche minuto. Siamo in una potenza vibratoria allineata con ciò che è fuori di noi.

In conclusione: ognuno di noi entra in relazione con tutto il pianeta e tutto ciò che lo compone (persone, animali, piante e minerali) in quanto manifestazioni vibratorie diverse, ma costituite della stessa energia.

Quando la nostra energia è in sintonia con ciò che ci sta intorno, ma soprattutto è in sintonia con la parte che vive nella profondità del nostro essere, allora ci sentiamo in equilibrio, in pace e le nostre relazioni sono serene.