Passione e pedagogia della paura

Estratto da “Passione” di Paolo Crepet – Mondadori

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Basta entrare in un supermercato e osservare. Gli scaffali più frequentati sono quelli che “non” contengono qualcosa. Siamo arrivati alla ricerca spasmodica del “senza”, all’epoca della sottrazione rassicurante.
Senza glutine, senza lattosio, senza olio di palma, senza zuccheri aggiunti, senza grassi, senza carbonato di potassio, senza uova, senza glifosfato, senza purine, senza lievito, senza amidi … Genitori, single, anziani, sportivi, evergreen: tutti alla caccia di ciò che non ci deve essere, tutti consolati dalla mancanza e non dalla presenza.
Le allergie si diffondono e, con esse, i timori di qualsiasi epidemia, vera o presunta: l’importante è avere paura. Come se le nostre identità fossero costruite su ciò che temiamo e non più su ciò che amiamo.
I bambini crescono ossessionati dalle paure di genitori e insegnanti, incapaci di difendersi se non aggrappandosi ad adulti psicolabili. Le città si riempiono di parafarmacie, veri e propri mercati aperti spesso 24 ore su 24. Per rincuorare le nostre angosce, distributori di rassicurazioni chimiche o di rimedi “naturali” per ansie, insicurezze, paranoie.
Ogni strillo su qualche attentato alla nostra salute trova immediatamente alloggio nell’infinito repertorio di prodotti placebo pubblicizzati da innumerevoli chat digitali, sequele di messaggini che circolano di giorno e di notte con lo scopo di seminare panico, annientare certezze, vanificare avanzamenti scientifici. La rete moltiplica all’infinito la paura del complotto di qualche multinazionale che vuole imporci l’acquisto di un vaccino con il rischio di far diventare autistici i nostri bambini. Bestemmie scientifiche che hanno però persuaso milioni di cittadini e che ora insidiano pure le decisioni ministeriali. La paranoia funziona perché coltiva un’identità collettiva fondata su pericoli immaginari.
I bambini sono ovviamente le prime, e più facili, vittime di un mondo che trova la propria forza nell’idea del complotto, che inocula il timore che qualsiasi cosa facciamo, mangiamo, beviamo, assumiamo possa esserci dannoso o fatale.
Così si costruisce un mercato parallelo e fiorentissimo, quello della paranoia. Prodotti costosi proprio perché non contengono questo o quell’ingrediente, o perché illudono di provenire da chissà quale “fabbrica sana e naturale”. La parola magica, e assolutamente imbarazzante, è free, libero. Forse è solo una coincidenza, ma in questo temine inglese convivono, più strettamente che nel corrispettivo italiano, due accezioni: ”libero da…” e “libero di…”. Il largo consenso che questo nuovo mercato ha trovato è in parte legato proprio all’idea, illusoria, di essere liberi, non contaminati. […]
È emblematico che, oggi, ci si possa sentire liberi solo “senza” qualcosa. I nostri figli crescono con un’idea bizzarra della libertà: quella che non ti fa scegliere, ma seguire i dettami delle paure. E i sentimenti – ciò che chiamiamo empatia, ovvero fiducia – che fine faranno in un mondo in cui non ci si può più fidare di nessuno?
Recentemente, un’appassionata assessora della giunta comunale di Napoli ha emesso una direttiva che proibisce ai negozianti di esporre in vetrina animali morti, con tanto di multa fino a 500 euro per i non ossequenti. Proibito esporre un agnello o un pollo o un coniglio morti, al massimo possono essere esposte fettine della loro carne. Il motivo addotto per tale direttiva è che i bambini si impressionano a vedere animali morti. Anzi, occorre che la morte tout court sia rimossa dalla loro visione perché quelle bestie fanno parte del loro immaginario, delle loro favole e non devono rientrare in nessuna realtà truculenta.
L’editto, in realtà, convalida un comportamento già presente in molte famiglie: quando il nonno si ammala e muore, quel dolore, quella trasformazione del corpo, quel decadimento fatale, quel lutto devono essere tassativamente esclusi dalla vita di un /a bambino/a che deve vivere in una favola, dove tutto esiste in quanto inventato. Anche il funerale viene bandito dalla sua realtà e immaginazione. Per questi adulti il luogo più adatto dove un /a bambino/a dovrebbe crescere. Una teca, protetto/a da tutto in quanto tutto è potenzialmente contaminante: lo spirito quanto il corpo, il pensiero quanto la carne. L’ideale per molti genitori è far crescere i propri figli in una sorta di reparto di rianimazione, dove anche l’ultimo acaro è stato debellato. Prevale un’idea di assoluto “candore educativo”.
Sono gli stessi adulti a pensare corretto per un bambino passare ore alla playstation con giochi violenti, ma pur sempre virtuali. È la realtà il nemico che vogliono combattere.
Non si tratta soltanto di ipocrisia, ma di una paura introiettata da parte di chi educa e proiettata sui più piccoli. Ci si convince che un bambino debba vivere solo esperienze virtuali in quanto l’adulto di riferimento non è in grado di spiegare cosa significa dolore, pena, passione: una vita anestetizzata è meno faticosa e problematica da spiegare rispetto a quella reale. E la passione diventa così un concetto edulcorato, insapore, idealizzato e irreale.
L’assessora sarà stata mossa a pietà, ma ha dimenticato che un bambino deve vivere nella realtà e che un adulto deve essere capace di tradurle in termini comprensibili, non ingannevoli o censori. […]
Perché ci dobbiamo arrendere a vivere un’esistenza che somiglia a una fiction?
Che cosa ci fa paura? Possibile che il progresso e il benessere abbiano infiacchito l’uomo invece di renderlo più forte e determinato? E se riuscissimo a eliminare tutto ciò che ci fa paura, di che cosa vivremmo? Se uccidiamo tutti i lupi mannari e ne nascondiamo i corpi, vivremo davvero più sani e felici?
E se, infine, dovessimo scoprire che quelle paure altro non sono e non possono essere che grandi metafore della vita, compresi i lati oscuri che non vorremmo vedere? Le favole di Esopo, Andersen, dei fratelli Grimm o di La Fontaine avevano proprio questo di prodigioso: contenevano l’essenza della vita, al lordo del dolore, del terrore, delle nostre infinite debolezze e paure umane, e costruivano anticorpi contro le umane fragilità.
Insomma, la paura come antidoto, protezione. Un bambino che non la conosce crescerà fragile, alla mercé del primo evento luttuoso della sua vita. Ma soprattutto la paura, come dolore, è esperienza fondamentale per capire il senso della nostra esistenza: i nostri limiti, il cambiamento del corpo e l’invecchiamento. Un uomo può dirsi davvero forte soltanto se ha riconosciuto la propria fragilità e dunque la passione che se ne può ricavare.
Invece, molti manifestano il proprio disagio nei confronti di tutto ciò che vivono come difetto. L’imperativo per una certa cultura falsamente edonistica è la perfezione: ossessione curata e protetta dai nuovi dettami della moda. […]
In una società sempre più anziana, molti rincorrono il mito dell’eterna giovinezza che vogliono mostrare nel corpo, nel modo di atteggiarsi.
Abbiamo paura di tutto, compresa la nostra esistenza, che vorremmo da un lato prolungare all’infinito, dall’altro preservare da ogni aspetto doloroso: dalla morte di un parente o un amico al parto che deve essere solo cesareo, fino all’anestetizzazione della vita compiuta e proposta ai nostri bambini. I piccoli non devono cadere più dalla bicicletta né correre il rischio di ferirsi giocando.
La naturalezza della vita abolita a favore di un’esistenza sterilizzata e blindata, dove la parola “passione” è depotenziata a sentimento superficiale, a un inciampo troppo realistico. Invece la passione unisce e completa, la paura isola e amputa il tessuto sociale.

L’errore di concepire la vita senza fatica e sofferenza

Estratto da “Da Avere a Essere”  di Erich Fromm – Oscar Mondadori

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Altro impedimento nell’apprendimento dell’arte di vivere è la presunzione che sia possibile una vita senza fatica e sofferenza. La gente è convinta che tutto – persino il compito più arduo – possa essere risolto con uno sforzo minimo o nullo.  Questa opinione è così diffusa, che non necessita di ulteriori delucidazioni. Basta considerare i nostri metodi educativi: noi persuadiamo, anzi supplichiamo i nostri giovani perchè si facciano una cultura; in nome della “espressione di sé”, di un orientamento contrario al “rendimento”, della “libertà” strutturiamo ogni corso propedeutico nella maniera più semplice e piacevole. […]

Le cause di questo trend sono facilmente intuibili. Il crescente fabbisogno di personale tecnico ausiliario, insomma di gente poco istruita da impiegare nei servizi pubblici o nel terziario, richiede persone con un sapere superficiale, come sono per l’appunto i diplomati sfornati dalle nostre scuole e università. Secondariamente, tutto il nostro sistema sociale si basa sul principio fittizio per cui nessuno è obbligato a svolgere il lavoro che in effetti svolge. La sostituzione di un’autorità ben identificabile con un’autorità anonima si manifesta in tutti i campi della vita: non c’è più costrizione; tutto viene avallato pretestuosamente dal consenso, e il consenso viene ottenuto con i metodi della suggestione di massa.  Conseguentemente, anche lo studio non è più inteso come un obbligo forzato, ma come un gradevole passatempo; e ciò è tanto più vero nei settori professionali nei quali, nell’ottica sociale, non sia richiesto un sapere serio e rigoroso.

L’idea che lo studio non richieda fatica ha tuttavia un’altra ragione: il progresso tecnico ha effettivamente ridotto la quantità di energia fisica necessaria in passato per la produzione di beni. Con la prima rivoluzione industriale il lavoro fisico, sia dell’uomo che degli animali, fu sostituito con il lavoro meccanico eseguito dalle macchine, mentre la seconda rivoluzione industriale, in seguito all’introduzione dei grandi computer, ha fortemente alleggerito lo sforzo mentale, in particolare quello mnemonico.  L’affrancamento dal lavoro duro viene salutato come il dono più apprezzabile del “progresso” moderno. Potrebbe costituire realmente un “regalo”, ma  a una condizione: che l’energia umana, liberatasi in questo modo, trovi utilizzo in un impegno creativo più alto. Ma non è così.

La liberazione assicurata dalla macchina ha sviluppato l’ideale della pigrizia illimitata, sicchè ogni sforzo effettivo appare come un incubo e uno spauracchio. Vivere bene equivale a una vita senza sforzo; la necessità di doversi affaticare viene considerata, piuttosto, un ultimo relitto medievale, al quale ci si sottopone per forza maggiore, non già volontariamente.  Così si prende l’automobile per andare a fare la spesa semplicemente per risparmiare la fatica di camminare, anche quando il negozio si trova a due passi da casa; e il bottegaio, a sua volta, usa la calcolatrice per addizionare tre numeri e non affaticare la mente.

Affine all’opinione secondo la quale sarebbe possibile vivere senza fatica, è l’errore di escludere la sofferenza dalla vita. Anche questo ha una caratteristica fobica: si tratta di evitare a ogni costo dolore e patimenti di natura fisica e, soprattutto, psichica. È l’epoca del progresso moderno che promette all’uomo di guidarlo nella Terra Promessa dell’esistenza indolore; ne consegue che molti individui avvertono una sorta di paura cronica per la sofferenza. Il termine “dolore” è qui usato in un’accezione assai ampia, quindi non solo in senso fisico e psichico. È anche doloroso esercitare quotidianamente, per ore e ore, scale musicali al pianoforte o occuparsi di un argomento poco interessante, ma persino in questi casi l’impegno, e quindi la fatica, sono indispensabili per acquisire le necessarie conoscenze tecniche. È doloroso starsene seduti al tavolo a studiare quando si preferirebbe incontrare la propria ragazza o, se non altro, andare a spasso e divertirsi in compagnia di amici. Sono piccoli dolori,  è vero, tuttavia occorre essere disposti ad accettarli di buon grado e non controvoglia se si vuole imparare a concentrarsi su ciò che è essenziale e se si desidera progredire nel campo in cui si riconosce il valore.  Quanto alle sofferenze ben più gravi, va detto che la felicità è prerogativa di pochi mentre la sofferenza è il destino di tutti gli uomini. Tuttavia la sofferenza è il denominatore comune nella vita di ciascun uomo. La solidarietà infatti ha una delle sue radici più robuste nell’esperienza che i dolori individuali sono condivisibili.

 

Ci sono più cose nella vita di ogni uomo…

Estratto da “Il codice dell’anima” di James Hillman – Adelphi Edizioni

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Ci sono più cose nella vita di ogni uomo di quante ne ammettano le nostre teorie su di essa. Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada. Alcuni di noi questo “qualcosa” lo ricordano come un momento preciso dell’infanzia, quando un bisogno pressante e improvviso, una fascinazione un curioso insieme di circostanze, ci ha colpiti co la forza di un’annunciazione: Ecco quello che devo fare, ecco quello che devo essere. Ecco chi sono.
Questo libro ha per argomento questo annuncio.
O forse la chiamata non è stata così vivida, così netta, ma più simile a piccole spinte verso un determinato approdo, mentre ci lasciavamo galleggiate nella corrente pensando ad altro. Retrospettivamente, sentiamo che era la mano del destino.
Questo libro ha per argomento quel senso di destino.
Tali annunci e tali sensazione determinano una biografia con altrettanta forza dei ricordi di violenze terribili; solo che quegli enigmatici momenti tendono ad essere relegati in un angolo. Le nostre teorie, infatti, danno la preferenza ai traumi, e al compito che essi ci impongono di elaborali. Ma, nonostante le offese precoci e tutti i “sassi e dardi dell’oltraggiosa sorte”, noi rechiamo impressa fin dall’inizio l’immagine di un preciso carattere individuale dotato di taluni tratti indelebili.
Questo libro ha per argomento la potenza di quel carattere.

Poiché le teorie psicologiche della personalità e del suo sviluppo sono così fortemente dominate dalla visione “traumatica” degli anni infantili, la messa a fuoco dei nostri ricordi e il linguaggio con cui raccontiamo la nostra storia, sono a priori contaminati dalle tossine di tali teorie. È possibile, invece, che la nostra vita non sia determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparato a immaginarla. I guasti non ci vengono tanto dai traumi infantili, bensì – è quanto si sostiene in questo libro – dalla modalità traumatica con cui ricordiamo l’infanzia come un periodo di disastri arbitrari e provocati da cause esterne che ci hanno plasmato male.
Questo libro, dunque, vuole riparare in parte a tali guasti, mostrando che cos’altro c’era, c’è, nella nostra natura. Vuole risuscitare le inspiegabili giravolte che ha dovuto compiere la nostra barca presa nei borghi e nelle secche della mancanza di senso, restituendoci la percezione del nostro destino. Perché è questo che in tante vite è andato smarrito e va recuperato: il senso della propria vocazione, ovvero che c’è una ragione per cui si è vivi.
Non la ragione per cui vivere; non il significato della vita in generale, o la filosofia di un credo religioso: questo libro non ha la pretesa di fornire risposte del genere. Esso vuole rivolgersi piuttosto alla sensazione che esiste un motivo per cui la mia persona, che è unica e irripetibile, è al mondo, e che esistono cose alle quali mi devo dedicare al di là del quotidiano e che al quotidiano conferiscono la sua ragion d’essere; la sensazione che il mondo, in qualche modo, vuole che io esista, la sensazione che ciascuno è responsabile di fronte a un’immagine innata i cui contorni va riempiendo nella propria biografia.    […]

Quello della biografia è un problema che ossessiona la soggettività occidentale, come dimostra il suo abbandono alle terapie del Sé. Chi è in terapia, o è comunque toccato dalla riflessione terapeutica sia pure diluita nel bagno di lacrime delle confessioni in diretta Tv, è alla ricerca di una biografia soddisfacente: Come posso mettere insieme in un’immagine coerente i pezzi della mia vita? Come posso rintracciare la trama di fondo della mia storia?
Per scoprire l’immagine innata dobbiamo accantonare gli schemi psicologici generalmente usati – e per lo più usurati. Essi non rivelano abbastanza. Rifilano le vite per adattarle allo schema: crescita come sviluppo, una fase dopo l’altra, dall’infanzia attraverso una giovinezza tormentata fino alla crisi della mezza età e, infine, alla morte. Mentre procedi, un passo dopo l’altro, attraverso una mappa già tutta disegnata, ti ritrovi su un itinerario che ti dice dove sei stato prima ancora che tu ci sia arrivato, o nella media di una statistica calcolata da un attuario per conto di una compagnia di assicurazioni. Il corso della tua vita è stato descritto al futuro anteriore. Oppure, invece della prevedibile autostrada, sarà “il viaggio” fuori dagli itinerari battuti, in cui si accumulano e si scartano episodi senza un disegno, e gli eventi sono frantumanti come uni un curriculum vitae organizzato esclusivamente sulla base della cronologia: prima ho fatto Questo, poi Quest’altro. Una vita simile è come una narrazione priva di trama, tutta imperniata su una figura centrale sempre più tediosa, “io… io… io…”, che vagola nel deserto di “ vissuti” senza linfa.

Io dico che siamo stati derubati della nostra biografia  –  il destino scritto  nella ghianda* –  e che entriamo in analisi per riappropriarcene. Ma l’immagine innata non si potrà ritrovare, finché  non  disporremo  di  una  psicologia  che  attribuisca realtà psichica primaria alla chiamata  del  destino,  altrimenti,   la nostra  identità  continuerà  a  essere  quella  del consumatore  dei  sociologi, determinata  da  statistiche  calcolate su campioni casuali, mentre le sollecitazioni del daimon**, non riconosciute,  appariranno come eccentricità costipate di aggressivi rancori e di paralizzanti nostalgie. La rimozione, che tutte le scuole terapeutiche considerano la chiave di accesso alla struttura della personalità, non riguarda il passato, bensì la ghianda, e gli errori che in passato abbiamo compiuto nel rapportarci ad essa.

Noi appiattiamo la nostra vita con il modo stesso in cui la concepiamo. Abbiamo smesso di immaginarla con un pizzico di romanticismo, con un piglio romantico. Perciò questo libro raccoglierà anche il tema romantico e oserà vedere la biografia alla luce di grandi idee come la bellezza, il mistero, il mito.

*La teoria della ghianda dice (e ne porterò le prove) che io e voi e chiunque altro siamo venuti al mondo con un’immagine che ci definisce. (p.27) – Questa teoria indica che ciascuno di noi possiede in sé l’essenza di ciò che è destinato ad essere, così come la ghianda contiene in sé l’essenza della quercia.

**Daimon – la nostra vocazione.