Sulla Chiusura – parte seconda

di Ermanna

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Segue da Parte prima

Nel concetto di chiusura identifichiamo tradizionalmente l’energia della morte, della fine e del “non esiste più”, come mancanza o perdita. Questa prospettiva può dare al termine, oltre a quanto detto, un senso di esclusione, respingimento o un allontanamento da qualcosa di fastidioso e insopportabile, che ha fatto soffrire. Un voltare le spalle con disdegno e rabbia. Ma non è nel dire “basta” che si elimina un evento a livello emozionale, perché si rinnova costantemente ogni volta che qualcosa ce lo rammenta.

La chiusura va considerata invece come fine di un ciclo, come conclusione di qualcosa che non ha più necessità di continuare, che ha finito la sua funzione formativa. Ogni persona, ogni essere vivente o meno, ha un suo inizio, uno sviluppo per arrivare alla sua massima espressione, per poi recedere fino alla sua spontanea conclusione. Lo stesso vale per le situazioni di vario genere e le relazioni. Esse possono durare anche tutta una vita, se la loro funzione e il loro scopo vengono alimentati e rimangono vitali. In caso contrario giungeranno al termine, sia che lo vogliamo oppure no. La vita ha il suo scopo, il suo motivo di essere nell’evoluzione. Una fine non significa qualcosa di totalizzante che fa sparire tutto di punto in bianco. Noi non sappiamo come e dove si trasferisce ciò che ha concluso il suo percorso su questa terra.

È grazie all’energia della conclusione, compensativa a quella della vita, che l’esistenza riprende con nuovo vigore. E questo può accadere solo se viene compresa la fine di ogni ciclo e si accoglie il suo termine con cuore sereno. 

Come possiamo intraprendere qualcosa di nuovo, con energie depauperate e stanche? Come possiamo iniziare un nuovo ciclo, se non chiudiamo quello precedente che continua a sottrarci vitalità? 

Dalla natura abbiamo imparato che ciò che muore viene trasformato e rimesso in circolo per dare nuovo impulso alla creazione. Essa non piange, non si oppone, non si dispera. Si lascia trasformare. Nulla si crea e nulla si distrugge, – lo ha detto Einstein – e tutto si trasforma. Resta in circolo ciò che nutre. 

Esattamente come la spada di Grifondoro in Harry Potter: separa ciò che è utile da ciò che non lo è. Seleziona. E  “assorbe solo ciò che la fortifica”. 

Quando desideriamo che un’esperienza conclusa sia la base del nuovo, è bene lasciarla andare in serenità. Fare ciò è comprendere che quello che abbiamo vissuto ha creato un insegnamento per noi. Molto importante è riconoscerne il valore  per riuscire a scrollarci di dosso un carico emotivo pesante. 

Se non siamo in sintonia con il movimento energetico della chiusura,  se non lo abbiamo compreso, non potremo recidere il legame con ciò che abbiamo vissuto e tratterremo ancora una parte dell’esperienza; ne saremo sempre influenzati, appesantiti. Questo fardello impedirà un rinnovamento effettivo, un’apertura sincera ed efficace, scevra da qualsiasi condizionamento precedente. Senza la capacità e la volontà di chiudere, non permettiamo l’ingresso di nuove esperienze, di nuovi sentimenti, di nuove relazioni, semplicemente perché non abbiamo creato lo spazio per accoglierle. 

A questo punto la chiusura si rivela non come un’azione atta a tagliare i ponti con il passato,  con le persone che ci hanno fatto soffrire, come un mezzo per dimenticare il brutto – ma anche il bello –  di quanto accaduto, bensì come alleato. Un alleato che ci aiuta a fare spazio dentro di noi per accogliere il nuovo. Non possiamo collocare mobili nuovi, se prima non liberiamo la stanza da ciò che è vecchio.

Messa in questi termini,  la fine di ogni ciclo offre la possibilità di fermarsi un momento per ricordare e riconoscere quanto di bello e utile è stato prodotto e come ha arricchito la nostra esistenza (assorbe solo ciò che la fortifica), lasciando andare il dolore, il rimpianto, il rancore, la rabbia o sentimenti negativi nei confronti di coloro che hanno partecipato e condiviso la nostra esperienza.  

Riconoscere il termine di ciò che non è più funzionale per la nostra vita e operare con l’intento di lasciar andare il superfluo, è liberatorio. È decidere di uscire da una stanza e chiudere la porta dopo aver spento una luce che, altrimenti, avrebbe continuato a consumare elettricità a nostra insaputa. 

Una chiusura “ben fatta” non dipende dagli altri. Dipende da noi. È un lavoro molto personale. Non possiamo delegare ad altri il compito di spegnere la luce in casa nostra. Non possiamo chiedere agli altri di sanare le nostre emozioni, le nostre ferite. Non possiamo far entrare il nuovo nel nostro cuore, se prima non eliminiamo emozioni come tristezza, dolore,  paura, rancore e rimpianto che vi albergano. 

Chiudere con questo intento non porta la dimenticanza. Harry ricorda tutti gli avvenimenti e le persone coinvolte, ma ha trovato pace e serenità permettendo a se stesso di essere nutrito dai sentimenti positivi che quelle esperienze gli hanno lasciato.

Per poterlo fare, è opportuno riconoscere che ogni esperienza è stata utile – anche se non lo vogliamo ammettere -,  e che, avendo concluso il suo ciclo, si è trasformata in zavorra da scaricare. Decidere di operare in tal senso, ci rende responsabili di noi e disponibili a lasciare andare ciò che ci ha ferito, spaventato (anche una malattia), che ha creato tensioni e difficoltà, sapendo che siamo noi ad avere nelle nostre mani il boccino d’oro contenente la pietra della nostra resurrezione.

Comprendere qual è il momento opportuno per chiudere un’esperienza, è una capacità fondamentale tanto quanto sapere come agire la chiusura in modo che non lasci  risonanze dentro di noi nel futuro.

Ogni momento è corretto per poter mettere in atto una chiusura, ma la fine dell’anno è sicuramente un momento in cui vogliamo dimenticare ciò che lasciamo, per sperare in quello che il nuovo anno potrebbe portare.

È proprio in questo particolare periodo che abbiamo l’opportunità di raccoglierci in riflessione e liberarci da pesi che sono diventati superflui: togliamo loro energia per riappropriarcene, in modo da aprire davvero le porte al nuovo.

Una frase ormai più che abusata, ma che secondo me mantiene un suo significato profondo, è “Quando si chiude una porta, se ne apre un’altra”. Molti sostengono che non sia vero.

Pensiamo a questo… abbiamo veramente chiuso quella porta o l’abbiamo lasciata aperta? 

 

 

 

 

 

Sulla Chiusura – parte prima

di Ermanna

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Chiudere situazioni, rapporti o altro è un evento frequente. In certi frangenti siamo noi a scegliere, altre volte accade e basta. In alcune occasioni, la fine di qualcosa lascia strascichi per tutta la vita. 

C’è un altro modo di vivere una chiusura? 

Verso la fine dell’ultimo film della saga di Harry Potter, c’è un passaggio in cui sulla superficie lucida del boccino d’oro tenuto in mano dal ragazzo, compare la scritta: “Mi apro alla chiusura”.  Cosa significa, aldilà del significato letterale?  Come si può aprire per chiudere? Come si può chiudere attraverso un’apertura? 

Quando parliamo di aprire, pensiamo automaticamente all’azione opposta di chiudere,  come azione per impedire un accesso o una fuoriuscita. Una porta, un cancello, una finestra, ma anche una bottiglia di acqua gassata, un pacchetto di biscotti… Tutto si può aprire o chiudere  con lo strumento giusto: una chiave, un tappo o le nostre mani.

Queste aperture sono possibili solo perché c’è stato qualcosa/qualcuno che prima ha chiuso la porta, il cancello, il pacchetto di biscotti. Forse siamo stati proprio noi a farlo. 

Se non c’è una chiusura, non c’è possibilità di apertura. Il cancello aperto permette il movimento dentro-fuori. Il pacchetto di biscotti aperto permette all’umidità di entrare e alla fragranza di uscire, alterandone la qualità. Le chiusure quindi sono necessarie con la loro funzione di sigillare, non permette più un passaggio.

“Mi apro alla chiusura”. Per aprirmi, io devo rendermi conto di aver chiuso. Chiuso, forse, alla possibilità di vedere le cose da un altro punto di vista. Nel caso di Harry, l’apertura alla chiusura indica la disponibilità a compiere un atto di estremo coraggio: morire per poter arrivare alla fine di un conflitto che coinvolge tutto il mondo magico. La fine, il completamento di un ciclo, della sua vita.

Quante volte abbiamo dovuto rinunciare, con tanto coraggio, a tutto ciò che sentivamo importante per noi, per qualcosa di più grande? Quante volte invece non abbiamo rinunciato, chiedendoci poi perché la situazione precipitasse?   Tutti abbiamo esperienza di cosa significhi subire perdite, vivere delle chiusure non volute, inattese. È doloroso e spesso abbiamo difficoltà a procedere, ad andare oltre perché non vogliamo dimenticare o perdere o gettare la spugna.  Ma lasciar andare non è questo.

Harry, consegnandosi al suo antagonista-nemico, non si è arreso, non ha rinunciato a lottare. Ha compreso che l’unica via perché tutto possa finire, per offrire una possibilità di nuovo inizio ai suoi affetti, è sacrificare chi “è”, quello che lui rappresenta per sé e per gli altri.

Chiudere in questo modo non dà garanzie sul futuro e non rispetta le nostre aspettative. Fa paura. Paura che ci vengano tolte le nostre sicurezze, le nostre convinzioni per qualcosa che non possiamo, o sappiamo, prevedere.  A volte neanche la speranza di qualcosa di meglio sembra essere sufficiente per aiutarci a scegliere di chiudere, perché abbiamo perso fiducia nella vita, sempre improntata sulla crescita data dal cambiamento. Perché abbiamo perso la fede nelle nostre capacità, anche quelle di recupero. Perché siamo abituati a guardare il tempo come una linea retta senza fine invece di vederlo come una linea circolare, dove ogni punto può essere fine o inizio di un’altra circonferenza, di un altro processo, di una nuova possibilità.

Come fare per chiudere davvero, per non permettere a nulla di avere libero movimento dentro di noi, togliendoci non solo energia, ma anche pace interiore?

Per assolvere al suo “destino”, Harry entra nella foresta proibita con serenità di spirito e dignità, ottenute grazie alla vittoria sulle lotte interiori e esteriori che ha combattuto nella sua breve vita. La disperazione e la sofferenza si sono pacificate nella certezza di fare la cosa giusta. Non ha più alcuna aspettativa, nessun desiderio di riconoscimento, non ha più alcuna resistenza, nessuna lotta interiore. Non è rassegnato. È nel completo accoglimento di quanto avverrà. Nessun rimpianto o rancore. 

Ogni volta che chiudiamo qualcosa con queste energie nel cuore, accade l’inaspettato. E l’evoluzione dell’inaspettato spesso, se non sempre, è più funzionale alla nostra esistenza di quanto non fosse la situazione precedente. In quel momento non ce ne rendiamo conto e solo a distanza di tempo, dopo tanto dolore, ce ne accorgiamo.

Questo è capitato anche al protagonista della saga. Poco prima dello scontro finale quando il ragazzo ha toccato con le labbra il boccino d’oro, l’oggetto si è aperto e ne è fuoriuscita la pietra della resurrezione, facendo apparire i genitori e gli amici, scomparsi nella lotta contro Voldemort, che lo hanno rassicurato sulla correttezza della sua decisione. Una volta fatta la scelta, tutto si è ricalibrato. Gli è stata offerta la possibilità di vivere senza la schiavitù di ciò che di oscuro aveva in lui, una parte dell’anima del suo antagonista che si era agganciata alla sua fin da quando era piccolo, oppure scegliere di rimanere nell’aldilà. Se avesse scelto l’aldilà si sarebbe fermato. Ha scelto di tornare alla vita: ha scelto di andare avanti.

Anche noi abbiamo una scelta: continuare a vivere nel nostro limbo interiore, senza governo sui nostri dolori e sofferenze, con le pendenze di vecchie situazioni nel cuore, oppure decidere di cambiare le regole per iniziare qualcosa di nuovo. Il flusso dell’energia vitale ci supporta perché è nella sua natura farlo se noi lo accogliamo, così come i genitori di Harry lo hanno sostenuto nella sua ultima e definitiva impresa, perché l’amore non muore mai.

Una nuova possibilità è il dono – la nostra pietra della resurrezione – che ci viene offerto quando ci rendiamo conto che lottare contro o per qualcosa che non ha più scopo è non solo inutile, ma anche dannoso e che l’unica strada percorribile è quella di lasciar andare le vecchie modalità. È cambiare punto di vista. È trovare qualcosa di buono nella situazione o relazione che ha bisogno essere chiusa.  Questa chiave apre la via alla serenità; è comprendere che un’esperienza è un modo per imparare qualcosa di utile al cambiamento, ed è molto importante sapere come recuperarne il valore per scrollarsi di dosso il carico emotivo pesante legato ad essa. 

– continua –

 

 

Un altro linguaggio: le corrispondenze archetipali

di Ermanna

La nostra mente possiede un potenziale enorme grazie alla presenza di due ambiti: quello logico e quello analogico. Il logico-razionale pone le sue basi nel nostro emisfero cerebrale sinistro, sede del linguaggio razionale e dei concetti matematici. L’analogico affonda le radici nel nostro emisfero destro, sede della creatività, della geometria, del linguaggio simbolico e delle intuizioni. È quella parte di noi che vede il lato nascosto nelle cose.

Negli ultimi secoli, abbiamo orientato i nostri pensieri e la nostra vita secondo le competenze logiche e razionali, sminuendo – e a volte denigrando – gli altri aspetti, considerati più emotivi, fantasiosi e, in alcuni casi, legati alla superstizione. In tal modo abbiamo dimenticato quello che è un linguaggio intuitivo.

L’uomo di un tempo, invece, osservava la realtà con gli occhi di un bambino. Dall’osservazione traeva indicazioni analogiche. Un semplice esempio: la Pulmonaria officinalis ha le foglie che ricordano in modo sorprendente il tessuto dei polmoni. Un tempo si osservava, non ci si chiedeva perché la foglia avesse quell’aspetto. Assomigliava ai polmoni? Si usava per aiutare le infezioni polmonari. Semplice ed efficace analogia di forma che stimolava l’intuizione. Da qui è nata l’erboristeria e da questa, la farmacopea moderna.

Il lavoro di Jung ha dimostrato che nel nostro inconscio – aspetto nascosto e profondo dell’uomo – sono presenti immagini e simboli che la mente razionale non riesce a penetrare nella loro totalità e complessità in quanto legati a quel “sentire”, che fa parte del nostro ambito analogico e creativo.

L’uomo ha sempre percepito nel profondo la presenza di queste forze, le ha dipinte, scolpite e immaginate traducendole nei miti come dèi e demoni. I miti infatti celano la rappresentazione delle esperienze umane in modo fantastico affinché queste siano più accessibili e accettabili per l’uomo. Queste rappresentazioni sono chiamate da Jung “archetipi” e si manifestano attraverso pensieri, comportamenti e azioni, diversi in apparenza, ma uguali nella sostanza, se ridotti ai minimi termini. Gli archetipi, è dimostrato, appartengono a tutti gli uomini.

Questi simboli, queste immagini racchiudono energie che si attivano quando apriamo la porta al desiderio di cambiamento, e lo facciamo quando la nostra vita non ci soddisfa più, quando “sentiamo” che c’è qualcosa che non va. Se ci mettiamo in ascolto della risonanza interiore prodotta da queste immagini, impariamo a conoscere noi stessi e il mondo che ci circonda.

La rappresentazione degli archetipi non è di stretta competenza di miti e delle opere di artisti. Anche l’uomo comune ne è stato artefice. Pensiamo alla simbologia dei geroglifici egizi, alla scrittura cinese che si esprime per immagini (ideogrammi), alla rappresentazione del Tao meglio conosciuto come Yin e Yang, all’Albero delle Sephirot ebraico, al simbolo della Croce cristiana, alla Ruota di medicina dei nativi americani, solo per citarne alcuni esempi.
Strumenti, concetti che si esprimono tramite immagini, poco conosciuti nella loro pregnanza di significato e, proprio per questo, a volte mal considerati e interpretati dalla nostra mente razionale.

Le carte dei Tarocchi ne sono un esempio eclatante. Non sappiamo quale sia la loro origine nello spazio e nel tempo; si sa che derivano da una conoscenza antica, misteriosa e profonda, che trasmetteva il suo sapere attraverso immagini dipinte su tavolette e, successivamente su carta (potremmo fare il paragone con i nostri libri di immagini fotografiche).
Oggi ridisegnate in molti modi e ridotte in numero, le carte sono diventate un gioco conosciuto e amato da molti, fino a diventare in casi estremi una dipendenza dannosa. Ma in origine il loro scopo non era ludico, bensì educativo e formativo.
Jung le aveva studiate ritrovando in esse il valore di un processo psicologico, giungendo a dire:

… alle carte ordinarie da gioco, nel Tarocco, se ne aggiungono altre sulle quali ci sono simboli o raffigurazioni di situazioni simboliche per esempio, il simbolo del Sole o il simbolo dell’uomo appeso per i piedi o la torre colpita dal fulmine o la ruota della fortuna e così via; una sorta di idee archetipiche, di natura differenziata, che si mescolano ai componenti ordinari del flusso dell’inconscio…Sono immagini psicologiche, dunque simboli con cui si gioca perché il processo simbolico è un’esperienza in immagini e di immagini…Esse si combinano in certi modi e le differenti combinazioni corrispondono al giocoso sviluppo degli eventi nella storia dell’Umanità…L’Uomo sempre ha sentito la necessità di trovare un accesso attraverso l’inconscio al significato di una condizione presente perché c’è una sorta di corrispondenza o somiglianza fra la condizione prevalente e la condizione dell’inconscio collettivo…”  Jung, 1933 – Seminario sull’Immaginazione Attiva

Questo linguaggio, così ricco di immagini, colori e simboli, ha il potere di trasformarci, se solo ci permettiamo di ascoltarlo.

Le carte dei tarocchi (come l’I Ching) sono state declassate a un uso predittivo che non rispecchia in nulla la loro vera essenza.
Il desiderio di “conoscere” il proprio futuro è una tentazione per molti, ma priva di efficacia o di capacità trasformativa.
L’uso divinatorio di questo strumento fa sì che la persona non si assuma la responsabilità della propria vita; induce a credere che tutto sia stabilito, che il destino sia già stato scritto. Incontrerò l’amore? Troverò lavoro? Risolverò i miei problemi economici? Mio figlio uscirà dal brutto giro in cui è entrato?
La risposta a queste domande chiude le possibilità che la vita offre. Il “destino” diventa ineluttabile, nel bene o nel male. Ci si lascia andare al fatalismo oppure, se la risposta non è accettabile, si chiede ancora e ancora, fino a quando non arriva il responso desiderato – sempre che arrivi – e nel frattempo si resta in attesa, non si fa nulla del e nel proprio vivere quotidiano, rimanendo immobili e statici, non producendo quei cambiamenti necessari per progredire.
Quando una persona si preoccupa di conoscere il proprio futuro lo fa perché non valorizza abbastanza le azioni del presente, esita. E spera che qualcun altro agisca per lei.

È auspicabile, invece, avvicinarci a questi strumenti con l’approccio del “Come posso fare per…”, dove la persona mette in gioco se stessa, comprende che non può delegare la sua vita a delle previsioni e aspettative. Deve invece agire nel presente, magari grazie a una panoramica chiara che, forse, non avrebbe potuto avere senza richiamare le corrispondenze archetipali presenti nelle immagini.

I tarocchi e il simbolismo in essi contenuto indicano il terreno su cui poggiamo i piedi, non dove andremo. Siamo noi a determinare il nostro domani vivendo l’oggi, consapevoli o meno di ciò che siamo, di cosa ci spinge e di come agiamo. Queste carte sono strumenti non per anticipare la conoscenza del futuro, ma per comprendere noi stessi e come ci muoviamo nel mondo.
È bene, quindi, imparare a vedere il presente come punto da cui si apre un ventaglio di infinite possibilità. Il libero arbitrio consiste nello scegliere una di queste possibilità.

A questo punto la concezione divinatoria dei tarocchi va totalmente ribaltata.
La loro funzione è quella di aprire una porta, un varco verso il nostro mondo interiore, e permettere la trasformazione di schemi mentali ed emotivi che bloccano la nostra essenza.

Dando spazio alla nostra mente analogica penetriamo il significato dei simboli, e cogliamo i nostri movimenti interiori. Quando ci apriamo al “sentire” e vediamo le energie attive dentro di noi, diamo libera circolazione a un potenziale di creatività e soluzioni per il nostro presente quale base del nostro futuro.

 

Per appronfondimento: Corrispondenze archetipali

 

Settembre…

di Ermanna

Molti non amano il mese di settembre perché è un ritorno alla routine. Si rientra da un periodo di ferie e riprendono le scuole, impegni personali e professionali in prima linea. Anche chi non ha potuto godere delle vacanze nei mesi estivi è riuscito a prendersi dei momenti di svago. Qualche gita fuori porta, un pomeriggio in piscina, una passeggiata nel parco vicino a casa… Tutte attività che raramente si fanno durante il resto dell’anno, sia per le temperature meno favorevoli, sia per i momenti di ritrovo familiare e sociale più frequenti legati alle festività, ma anche perché d’estate ci sentiamo più liberi, il corpo non più costretto in abiti pesanti e la mente orientata verso cose piacevoli. Anche quest’anno, l’estate più strana che abbiamo vissuto negli ultimi anni, siamo riusciti a ritagliarci dei momenti sereni.

Settembre è quello che ritengo sia il vero inizio dell’anno. Un inizio che non fa cambiare il calendario, che non si presenta con botti e festeggiamenti.
Il mese di settembre può essere considerato il momento di bilancio per le nostre attività: abbiamo raccolto e gustato i frutti delle nostre fatiche (cosa sono le vacanze e le ferie, se non proprio il rilassamento dopo un anno di lavoro?), e ora è il momento di preparare i progetti per l’anno a venire. Nel contempo, a settembre avviene per la seconda volta il perfetto equilibrio tra la luce e il buio. Operosi anche più di undici mesi all’anno, noi non riusciamo a cogliere l’importanza del passaggio dalla solarità dell’estate alla lenta discesa verso l’inverno che si manifesta con l’equinozio di autunno.
In questo periodo il contadino si confronta con la terra, per liberarla dai residui delle colture precedenti e preparare il terreno per l’aratura e la successiva semina. Allo stesso modo, noi possiamo disintossicare il nostro corpo e la nostra mente dagli strascici estivi e prepararci a uno stile di vita più sobrio e riflessivo.

Un inizio, quello di settembre, che arriva quasi in sordina, non sempre ben accolto, ma che cela il valore della trasformazione. Settembre è il mese della vendemmia; nell’antichità alcune tradizioni associavano la trasformazione dell’uva in vino alla trasformazione spirituale dell’uomo.
Forse, in questo periodo dell’anno, la natura ci indica la via per iniziare la discesa verso la parte più intima e profonda di noi. Avviarsi verso questo inverno interiore, induce alla riflessione su come affrontare le prove che si presenteranno, ma che, proprio in virtù del cambiamento personale che comporta il superarle,  permetteranno alla nostra essenza di svilupparsi e manifestarsi.

Buon inizio d’anno.

Il tempo del raccolto

 

di Ermanna

Un tempo i ritmi di vita, scanditi dalle stagioni naturali e dalle stagioni interiori, erano più lenti e lasciavano tempo al corpo e alla psiche di adattarsi alle nuove situazioni (fisiologiche, psichiche, emozionali, relazionali, ecc.). Non si sentiva la necessità di rendere più veloce i cambiamenti o ignorarli.

L’estate era un periodo di intenso lavoro fisico, si raccoglievano i frutti dell’impegno precedente, ma era anche un momento di grande soddisfazione interiore, certi del sostentamento nella successiva stagione invernale. Nonostante il tempo ristretto per il raccolto, che poteva deteriorarsi in fretta, l’uomo rispettava i momenti di riposo: il giorno durava più a lungo, ma al calare della sera tutte le attività venivano interrotte per ritemprare il corpo, dedicarsi alla famiglia e alle relazioni umane nel silenzio e nella pace  che accompagnava con dolcezza verso la quiete del sonno.
Nel mondo attuale questi “tempi” non sono  più conformati in tal modo. Si è impegnati tutto il giorno, fino a tarda sera o notte. Così facendo non permettiamo più al nostro corpo e alla nostra psiche di accettare gradatamente i cambiamenti, siano essi dovuti alle stagioni interiori dell’età, siano essi dovuti a una modificazione di ritmi personali, relazionali o sociali. È “tutto e subito” oppure è “ignorare” o “rifiutare”.

Questi ultimi mesi, passati in uno stato di confino domestico, sembra siano arrivati proprio per aiutarci a riconoscere quanto le ultime generazioni si sono lasciate sfuggire.

È arrivato il momento del raccolto: quali sono i frutti nel nostro campo, quest’anno? Ognuno di noi si era posto degli obiettivi, sia professionali sia personali, e aveva fatto progetti, ma uno stravolgimento inaspettato ha cambiato le carte in tavola, dimostrando una volta di più che la vita non si può sempre imbrigliare in schemi preordinati. Ora ci domandiamo: cosa abbiamo seminato e cosa significa raccogliere in questo contesto?
Raccogliere, dal mio punto di vista, significa osservare quanto abbiamo realizzato con oggettività e senza giudizio. Abbiamo vissuto un periodo di forte tensione psicologica ed emotiva (senza escludere quella economica), orientati quasi esclusivamente a guardare impotenti quella che è stata una situazione sanitaria molto difficile a livello mondiale. Forse, oggi, ci sembrerà di non aver vissuto davvero, non aver colto il passare del tempo, o forse abbiamo sofferto per non poter fare, per non poter andare, per non poter… .
Forse desideriamo solo dimenticare e tornare “alla normalità”.
Bene o male che siano andate per noi, le cose hanno prodotto un risultato: quello che oggi siamo grazie a un improvviso cambiamento forzato. Ora guardiamo con trepidazione e speranza il prossimo futuro.
Qualsiasi esperienza abbiamo fatto, nel dolore o nella serenità, ci ha condotti qui. Sta a noi decidere come proseguire. Questo è il momento di fermarsi e chiedersi che tipo di estate vivere: ripiegati sul passato recente che ci ha privato di tanta “libertà” o aprendoci al futuro, utilizzando strumenti come pazienza, capacità di relazione e osservazione di noi stessi, che questo periodo difficile ci ha offerto la possibilità di affinare? Vivere il futuro non è dimenticare il passato, ma tenerlo come esperienza formativa per conoscere un pò di più noi stessi. Le nostre scelte attuali pongono nuove basi per la nostra vita.

LA STRADA CHE NON HO PRESO

Due strade divergevano in un bosco d’autunno
e, dispiaciuto di non poterle percorrere entrambe
essendo un solo viaggiatore, a lungo indugiai
fissandone una, più lontano che potevo
fin dove si perdeva tra i cespugli.

Poi presi l’altra, che era ugualmente buona,
e aveva forse l’aspetto migliore
perché era erbosa e meno calpestata.
Sebbene il passaggio le avesse rese quasi uguali,

ed entrambe quella mattina erano ricoperte di foglie
che nessun passo aveva annerito.
Oh, mi riservai la prima per un altro giorno
anche se, sapendo che una strada conduce verso un’altra,
dubitavo che sarei mai tornato indietro.

Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra molti anni:
due strade divergevano in un bosco ed io…
io presi la meno battuta,
E questo, solo questo fece la differenza.

Robert Frost (1)

 

Buona Estate.

 

(1) – Robert Frost 1874-1963
Poeta, vincitore di diversi premi Pulitzer, è conosciuto per i suoi paesaggi poetici dell’America rurale e dell’animo umano.