Apertura 2025 – La pratica

Chiudere per Aprire – Incontro esperienziale  

12 gennaio 2025 
 ore 15:00 – 18:00 ca.

Può iniziare solo quello che poi esisterà.
È fondamentale che ciò che inizierà contenga in sé i semi del suo sviluppo.

Con questa pratica ognuno di noi  può dare un orientamento o un intento ai giorni futuri.

Poichè siamo unici e nessuno è uguale a noi, la nostra unicità è significativa e di valore per il Tutto.  Il nostro contributo può manifestarsi in modalità diverse,  ma ciò che conta è come lo esprimiamo e non cosa esprimiamo.

La Pratica di Apertura è uno strumento che ci prepara a vivere i prossimi mesi. Poichè il futuro non è stabilito, in questa pratica non chiederemo chi incontreremo e in che situazioni ci troveremo. Scriviamo il nostro futuro quando diventa presente, tanto che buona parte del futuro coinvolge anche altre persone.

Per trarre il meglio da questo momento dell’anno, occorre chiedere informazioni che ci anticipino gli strumenti di cui potremo avere bisogno. Infatti, quando prepariamo un viaggio, organizziamo la meta, i mezzi di trasporto, la valigia con il necessario e ciò che ci può essere utile per non venire colti impreparati.

In questo caso, non potendo anticipare il futuro, possiamo prepararci al meglio per vivere gli eventi in arrivo.

Adesione entro 8 gennaio 2025

 

per informazioni e iscrizioni clicca qui

Apertura 2025 – La pratica

Chiudere per Aprire – Incontro esperienziale  

12 gennaio 2025 
 ore 15:00 – 18:00 ca.

Può iniziare solo quello che poi esisterà.
È fondamentale che ciò che inizierà contenga in sé i semi del suo sviluppo.

Con questa pratica ognuno di noi  può dare un orientamento o un intento ai giorni futuri.

Poichè siamo unici e nessuno è uguale a noi, la nostra unicità è significativa e di valore per il Tutto.  Il nostro contributo può manifestarsi in modalità diverse,  ma ciò che conta è come lo esprimiamo e non cosa esprimiamo.

La Pratica di Apertura è uno strumento che ci prepara a vivere i prossimi mesi. Poichè il futuro non è stabilito, in questa pratica non chiederemo chi incontreremo e in che situazioni ci troveremo. Scriviamo il nostro futuro quando diventa presente, tanto che buona parte del futuro coinvolge anche altre persone.

Per trarre il meglio da questo momento dell’anno, occorre chiedere informazioni che ci anticipino gli strumenti di cui potremo avere bisogno. Infatti, quando prepariamo un viaggio, organizziamo la meta, i mezzi di trasporto, la valigia con il necessario e ciò che ci può essere utile per non venire colti impreparati.

In questo caso, non potendo anticipare il futuro, possiamo prepararci al meglio per vivere gli eventi in arrivo.

Adesione entro 8 gennaio 2025

 

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Lucciole per lanterne, ovvero le aspettative

di Ermanna

Ci sono persone che vivono nell’eterna attesa che accada un determinato fatto: un nuovo amore, un nuovo lavoro, un figlio, un’eredità, una nuova vita…
Possiamo individuare queste aspettative nelle speranze, nei sogni ad occhi aperti, nei desideri che magari crediamo impossibili, ma che manteniamo vivi. Queste sono le aspettative che sappiamo di avere.

Poi ci sono quelle che ci impediscono di vivere pienamente un’esperienza, una relazione, la vita. Sono quei momenti in cui sentiamo l’amaro in bocca perché le cose non sono andate “bene”. Noi però non le chiamiamo aspettative, perché non crediamo che lo siano.

Da dove hanno origine? I nostri pensieri sono creatori di emozioni. Questo genere di aspettative si collocano nella nostra parte meno razionale. Se fossero razionali, vedremmo subito la loro inconsistenza e non ne soffriremmo. Sono nascoste molto bene, sono infide e ci tendono trappole quando meno ce lo aspettiamo.
È possibile vederle? Certamente, ma non basta aprire gli occhi. Occorre ascoltare la loro voce sibilante che ci induce a pensare: “Sicuramente andrà così!” oppure “Vedrai, non può essere diversamente”. Pensieri che ci mettono in uno stato di attesa nella certezza che andrà in quel modo.

Ci sono due tipi di aspettative. Il primo è quello che ci dà e darà sempre una delusione. L’altro è il tipo di aspettativa che si avvera sempre.
La prima, che ci fa sperare in una soluzione perfetta per noi, si può sintetizzare nella frase “Andrà tutto bene”, e ci fa aspettare gli eventi. Quando non accade ciò che prevedevamo, cadiamo nello sconforto e nella disillusione, per poi riprendere il nostro buon umore perché… quando si chiude una porta si apre un portone. E questa è un’aspettativa alimentata dalla convinzione (illusione) che arriveranno giorni migliori, e si rimane passivi.
La seconda tipologia, quella che si avvera sempre, è quella in cui i nostri pensieri sono orientati verso un’anticipazione di negazione, di rifiuto, di mancanza di realizzazione. La frase che diciamo dopo è “Lo sapevo che sarebbe andata a finire così!”. Questa modalità ci fa precipitare in una spirale discendente di cattivo umore e pessimismo. Conseguenza? Meglio non aspettarsi nulla, così non si resta delusi. Ancora uno stallo.

Siamo ora nel cuore delle aspettative che rendono annebbiata la vista, che fanno prendere  lucciole per lanterne. Le aspettative si nutrono delle nostre convinzioni: su noi stessi, sul nostro modo di vedere il mondo, di leggere le nostre relazioni. Si alimentano del nostro modo di valutare e dei nostri giudizi.

Giudicare è una facoltà più animale che umana. È capire istantaneamente se abbiamo davanti un “pericolo”. La capacità di distinguere ciò che è buono da ciò che non lo è, ha garantito la sopravvivenza a tutte le specie animali.

Noi esseri umani abbiamo affinato questa tecnica trasformandola in selettività, separando e catalogando le varie situazioni dapprima come cattive/buone, brutte/belle, sbagliate/giuste per noi.
In seguito abbiamo iniziato ad applicare la stessa selettività con le persone che abbiamo intorno, e di conseguenza con le dinamiche relazionali instaurate, inserendole in questi grandi schemi.
Se ciò che avviene accade per la prima volta, cerchiamo un’esperienza precedente che ce la ricordi, che le assomigli in qualche modo, per individuarne il potenziale pericolo. Avviene tutto a livello istintivo, immediato, senza che il pensiero razionale si metta in moto.
Questo è il principio su cui si è basato il giudizio: va bene per me oppure no? Mi distrugge o aiuta?

Cattivo/buono, brutto/bello, sbagliato/giusto sono aggettivi. I nomi sono la realtà, gli aggettivi sono attributi che noi applichiamo a quel nome, a quella realtà, a seconda di ciò che essa ha stimolato in noi.
Come già detto, i giudizi sono istintivi, non razionali. Sono loro che orientano la nostra visione della realtà e ci portano ad avere aspettative di un tipo o di un altro.
Se applichiamo il metro di misura dell’istintività al giudizio, non possiamo dire di essere oggettivi nel valutare una qualsiasi situazione o persona. Ci piace: ci aspettiamo solo cose positive; non ci piace: ci aspettiamo solo cose negative. Immancabilmente, in un modo o nell’altro, prima o poi, veniamo delusi. E la colpa è sempre là fuori.

La prerogativa più infida delle aspettative è quella di renderci non solo poco lucidi, ma anche immobili. Quando aspettiamo qualcosa, non agiamo, convinti che sia già in arrivo nel bene o nel male. Non facciamo nulla per andarle incontro, niente per evitarla. Questo potrebbe essere definito “fatalismo”, cioè accettare che le cose accadano senza tentare di cambiarle se non ci vanno bene.
È come se fossimo seduti su una panchina in stazione per aspettare il treno delle opportunità. I treni passano e noi li guardiamo e pensiamo: “Questo è un treno merci, no!”, “Questo non ha la carrozza ristorante”, “Questo è troppo vecchio”, “Qui c’è troppa gente”, … aspettiamo, aspettiamo e non saliamo su alcuno perché non è il treno giusto. Così rischiamo di passare la nostra stessa esistenza seduti su quella panchina in attesa del treno che vogliamo noi. Solo perché abbiamo delle aspettative sul tipo di treno su cui vogliamo salire.

In sintesi: le aspettative ci bloccano la vista e l’azione, non ci permettono di cogliere l’attimo delle opportunità, di ricevere un nuovo punto di vista, una nuova esperienza in tutta la sua singolarità e autenticità.
Ma quel che è peggio, è che le crediamo vere. Lucciole per lanterne.

Ricercatori o esploratori?

di Ermanna

Si potrebbe suddividere l’umanità in due macro-aree:  i ricercatori e gli esploratori. Qual è la distinzione tra i due termini?

I ricercatori  sono coloro i quali investigano per trovare qualcosa che confermi le loro ipotesi e teorie, le loro aspettative e desideri, i loro punti di vista e opinioni. Perseverano fino a quando non trovano quello che “cercano”, incessantemente,  senza tregua, scartando ciò che ritengono non sia importante o in linea con l’oggetto della ricerca. E spesso non arrivano al dunque, se non dopo molto, molto tempo, o adattano il risultato per farlo aderire il più possibile al loro obiettivo.

Gli esploratori sono coloro che partono alla ventura. Si muovono nel campo senza cercare nulla di specifico, osservano quello che hanno intorno, lo vivono, lo assaporano. Qualsiasi cosa si presenti non ne erano in attesa, non l’hanno cercata. In questo modo la accolgono per ciò che è, con semplicità.
E proprio quando non c’è alcuna aspettativa e non si cerca nulla in particolare, qualcosa accade. Una sorpresa che desta meraviglia riempiendo il cuore, che desta stupore riempiendo la mente. E sempre, sempre, si trova  in essa uno spunto, uno stimolo, un’occasione, una nuova amicizia, una nuova visione, un nuovo mondo. Basta solo rimanere aperti e guardare.

Il ricercatore nasce dalla mente razionale, rigorosa, logica. È ancorato al passato con cui si nutre tramite i ricordi e le esperienze pregresse, attraverso il confronto costante. Il ricercatore pone il passato davanti, al posto del futuro, e su di esso basa la sua ricerca.

L’esploratore è la manifestazione della mente creativa, duttile, analogica. È ricettivo, libero di muoversi senza vincoli o schemi. Per lui tutto è nuovo. L’esploratore non ha pietre di paragone, ha lo sguardo non diretto al passato o al futuro, ma attento al presente, al qui e ora. Per questo non ha alcuna aspettativa e non rimane deluso o frustrato.

E noi dove ci collochiamo? Più nella ricerca o più nell’esplorazione?

Ognuno può scegliere come usare la mente. Entrambi gli aspetti sono necessari per la sopravvivenza e la vita quotidiana, tuttavia è opportuno farne un uso consapevole.

La mente razionale è utile e necessaria per organizzare, predisporre, agire per e nella materia, come gli impegni, i doveri e le responsabilità. È preziosa nella nostra relazione con il mondo del Fare e dell’Avere.

La mente creativa, e creatrice, è fondamentale sempre. È l’unica via che abbiamo per rimanere flessibili, disponibili ad accogliere non solo gli eventi e gli altri, ma anche noi stessi. Questa capacità ci permette di esplorare il nuovo, sia dentro sia fuori di noi, senza pregiudizi, preconcetti e aspettative. È, quindi, l’espressione del mondo dell’Essere.

La cosa migliore, come sempre, è trovare la giusta sinergia tra queste facoltà, senza che l’una prenda il sopravvento sull’altra nel momento meno opportuno. Ma, soprattutto, è importante che la nostra parte esploratrice sia sempre attiva, aperta e curiosa, così da attuare il “Carpe diem” dei latini e di vivere l’attimo in pienezza.

L’invito di Oriah

Poesia di Oriah, Mountain Dreamer Indian Elder

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Non mi interessa

Non mi interessa sapere qual è il tuo mestiere. Voglio sapere per cosa si strugge il tuo cuore e se hai il coraggio di sognare l’incontro con ciò che desidera.

Non mi interessa sapere quanti anni tu abbia. Mi interessa sapere se correrai il rischio di fare la figura del pazzo per amore, per il tuo sogno, per l’avventura di essere vivo.

Non mi interessa sapere quali pianeti quadrano con la tua luna, voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dolore, se le difficoltà della vita ti hanno portato ad aprirti oppure… a chiuderti in te stesso nel timore di soffrire ancora! Voglio sapere se sei capace di stare nel dolore, tuo o mio, senza far nulla per nasconderlo o allontanarlo o cristallizzarlo. Voglio sapere se sei capace di stare nella GIOIA, tua o mia; se puoi scatenarti nella danza e lasciare che l’estasi ti invada fino alla punta delle dita dei piedi o delle mani, senza esortarci ad essere prudenti, realistici o consapevoli dei limiti umani.

Non mi interessa sapere se la storia che mi racconti è vera. Voglio sapere se sei capace di deludere un altro per restare fedele a te stesso e di non tradire mai la tua anima, a costo di lasciare che gli altri ti chiamino traditore.

Voglio sapere se puoi essere di parola e quindi degno di fiducia. Voglio sapere se sei capace di trovare la bellezza anche nei giorni in cui il sole non splende e se puoi dare inizio alla tua vita sulle sponde di un lago gridando “ SI’ “ al bagliore della luna piena.

Non mi interessa sapere dove vivi, né quanto denaro possiedi. Voglio sapere se dopo una notte disperata di pianto sei capace di alzarti, così come sei, sfinito e con l’anima coperta di lividi, per metterti a fare quello che c’è da fare per i bambini.

Non mi interessa sapere chi conosci, né come mai ti trovi qui. Voglio sapere se starai in piedi con me al centro del fuoco, senza tirarti indietro.

Non mi interessa sapere che cosa hai studiato, né con chi e neppure dove. Voglio sapere che cosa ti sostiene da dentro quando tutto il resto ti viene a mancare. Voglio sapere se puoi stare da solo con te stesso, e se la tua stessa compagnia ti piace veramente, nei momenti di vuoto.