Mi apro alla Chiusura

Incontro gratuito in presenza

Sabato 2 dicembre ore 15:00 – 16:30

 Un’introduzione al “Chiudere”

Il termine chiusura è sinonimo di “finire qualcosa” con dolore o tristezza, rancore o rimpianto, o con sollievo. Normalmente associamo questo termine alla fine di un rapporto lavorativo o relazionale.  

Aprirsi alla Chiusura significa cambiare punto di vista sul concetto che ne abbiamo.

Una Chiusura che tutti attendono tradizionalmente è quella del 31 dicembre. In quella notte ci sentiamo pieni di speranza per il futuro e siamo pronti a dimenticare le difficoltà e le delusioni vissute nell’anno appena trascorso. 

Iniziamo attività e relazioni quasi quotidianamente, dimenticando ciò che si è concluso; è importante invece riconoscere la fine di una situazione, altrimenti questa continuerà a esistere, non dando al nuovo lo spazio per insediarsi.

Se si vuole entrare in un nuovo anno, in un nuovo ciclo della nostra vita  è opportuno, quindi, congedare e congedarsi da quanto è stato, in serenità e armonia.

Questa Introduzione si rivolge a chi desidera informazioni e strumenti per operare delle “chiusure”, non esclusivamente per questo periodo dell’anno, ma anche in qualunque momento si senta l’esigenza di congedarsi da eventi o situazione chiuse,  per creare spazio e nutrire nuove possibilità.

“ Solo chi ha la forza di scrivere la parola fine, può scrivere la parola inizio”   Lao Tsu

Adesione entro  Giovedì  30  novembre 

 

Informazioni e iscrizione – contatti

 

Sulla Chiusura – parte seconda

di Ermanna

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Segue da Parte prima

Nel concetto di chiusura identifichiamo tradizionalmente l’energia della morte, della fine e del “non esiste più”, come mancanza o perdita. Questa prospettiva può dare al termine, oltre a quanto detto, un senso di esclusione, respingimento o un allontanamento da qualcosa di fastidioso e insopportabile, che ha fatto soffrire. Un voltare le spalle con disdegno e rabbia. Ma non è nel dire “basta” che si elimina un evento a livello emozionale, perché si rinnova costantemente ogni volta che qualcosa ce lo rammenta.

La chiusura va considerata invece come fine di un ciclo, come conclusione di qualcosa che non ha più necessità di continuare, che ha finito la sua funzione formativa. Ogni persona, ogni essere vivente o meno, ha un suo inizio, uno sviluppo per arrivare alla sua massima espressione, per poi recedere fino alla sua spontanea conclusione. Lo stesso vale per le situazioni di vario genere e le relazioni. Esse possono durare anche tutta una vita, se la loro funzione e il loro scopo vengono alimentati e rimangono vitali. In caso contrario giungeranno al termine, sia che lo vogliamo oppure no. La vita ha il suo scopo, il suo motivo di essere nell’evoluzione. Una fine non significa qualcosa di totalizzante che fa sparire tutto di punto in bianco. Noi non sappiamo come e dove si trasferisce ciò che ha concluso il suo percorso su questa terra.

È grazie all’energia della conclusione, compensativa a quella della vita, che l’esistenza riprende con nuovo vigore. E questo può accadere solo se viene compresa la fine di ogni ciclo e si accoglie il suo termine con cuore sereno. 

Come possiamo intraprendere qualcosa di nuovo, con energie depauperate e stanche? Come possiamo iniziare un nuovo ciclo, se non chiudiamo quello precedente che continua a sottrarci vitalità? 

Dalla natura abbiamo imparato che ciò che muore viene trasformato e rimesso in circolo per dare nuovo impulso alla creazione. Essa non piange, non si oppone, non si dispera. Si lascia trasformare. Nulla si crea e nulla si distrugge, – lo ha detto Einstein – e tutto si trasforma. Resta in circolo ciò che nutre. 

Esattamente come la spada di Grifondoro in Harry Potter: separa ciò che è utile da ciò che non lo è. Seleziona. E  “assorbe solo ciò che la fortifica”. 

Quando desideriamo che un’esperienza conclusa sia la base del nuovo, è bene lasciarla andare in serenità. Fare ciò è comprendere che quello che abbiamo vissuto ha creato un insegnamento per noi. Molto importante è riconoscerne il valore  per riuscire a scrollarci di dosso un carico emotivo pesante. 

Se non siamo in sintonia con il movimento energetico della chiusura,  se non lo abbiamo compreso, non potremo recidere il legame con ciò che abbiamo vissuto e tratterremo ancora una parte dell’esperienza; ne saremo sempre influenzati, appesantiti. Questo fardello impedirà un rinnovamento effettivo, un’apertura sincera ed efficace, scevra da qualsiasi condizionamento precedente. Senza la capacità e la volontà di chiudere, non permettiamo l’ingresso di nuove esperienze, di nuovi sentimenti, di nuove relazioni, semplicemente perché non abbiamo creato lo spazio per accoglierle. 

A questo punto la chiusura si rivela non come un’azione atta a tagliare i ponti con il passato,  con le persone che ci hanno fatto soffrire, come un mezzo per dimenticare il brutto – ma anche il bello –  di quanto accaduto, bensì come alleato. Un alleato che ci aiuta a fare spazio dentro di noi per accogliere il nuovo. Non possiamo collocare mobili nuovi, se prima non liberiamo la stanza da ciò che è vecchio.

Messa in questi termini,  la fine di ogni ciclo offre la possibilità di fermarsi un momento per ricordare e riconoscere quanto di bello e utile è stato prodotto e come ha arricchito la nostra esistenza (assorbe solo ciò che la fortifica), lasciando andare il dolore, il rimpianto, il rancore, la rabbia o sentimenti negativi nei confronti di coloro che hanno partecipato e condiviso la nostra esperienza.  

Riconoscere il termine di ciò che non è più funzionale per la nostra vita e operare con l’intento di lasciar andare il superfluo, è liberatorio. È decidere di uscire da una stanza e chiudere la porta dopo aver spento una luce che, altrimenti, avrebbe continuato a consumare elettricità a nostra insaputa. 

Una chiusura “ben fatta” non dipende dagli altri. Dipende da noi. È un lavoro molto personale. Non possiamo delegare ad altri il compito di spegnere la luce in casa nostra. Non possiamo chiedere agli altri di sanare le nostre emozioni, le nostre ferite. Non possiamo far entrare il nuovo nel nostro cuore, se prima non eliminiamo emozioni come tristezza, dolore,  paura, rancore e rimpianto che vi albergano. 

Chiudere con questo intento non porta la dimenticanza. Harry ricorda tutti gli avvenimenti e le persone coinvolte, ma ha trovato pace e serenità permettendo a se stesso di essere nutrito dai sentimenti positivi che quelle esperienze gli hanno lasciato.

Per poterlo fare, è opportuno riconoscere che ogni esperienza è stata utile – anche se non lo vogliamo ammettere -,  e che, avendo concluso il suo ciclo, si è trasformata in zavorra da scaricare. Decidere di operare in tal senso, ci rende responsabili di noi e disponibili a lasciare andare ciò che ci ha ferito, spaventato (anche una malattia), che ha creato tensioni e difficoltà, sapendo che siamo noi ad avere nelle nostre mani il boccino d’oro contenente la pietra della nostra resurrezione.

Comprendere qual è il momento opportuno per chiudere un’esperienza, è una capacità fondamentale tanto quanto sapere come agire la chiusura in modo che non lasci  risonanze dentro di noi nel futuro.

Ogni momento è corretto per poter mettere in atto una chiusura, ma la fine dell’anno è sicuramente un momento in cui vogliamo dimenticare ciò che lasciamo, per sperare in quello che il nuovo anno potrebbe portare.

È proprio in questo particolare periodo che abbiamo l’opportunità di raccoglierci in riflessione e liberarci da pesi che sono diventati superflui: togliamo loro energia per riappropriarcene, in modo da aprire davvero le porte al nuovo.

Una frase ormai più che abusata, ma che secondo me mantiene un suo significato profondo, è “Quando si chiude una porta, se ne apre un’altra”. Molti sostengono che non sia vero.

Pensiamo a questo… abbiamo veramente chiuso quella porta o l’abbiamo lasciata aperta? 

 

 

 

 

 

Sulla Chiusura – parte prima

di Ermanna

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Chiudere situazioni, rapporti o altro è un evento frequente. In certi frangenti siamo noi a scegliere, altre volte accade e basta. In alcune occasioni, la fine di qualcosa lascia strascichi per tutta la vita. 

C’è un altro modo di vivere una chiusura? 

Verso la fine dell’ultimo film della saga di Harry Potter, c’è un passaggio in cui sulla superficie lucida del boccino d’oro tenuto in mano dal ragazzo, compare la scritta: “Mi apro alla chiusura”.  Cosa significa, aldilà del significato letterale?  Come si può aprire per chiudere? Come si può chiudere attraverso un’apertura? 

Quando parliamo di aprire, pensiamo automaticamente all’azione opposta di chiudere,  come azione per impedire un accesso o una fuoriuscita. Una porta, un cancello, una finestra, ma anche una bottiglia di acqua gassata, un pacchetto di biscotti… Tutto si può aprire o chiudere  con lo strumento giusto: una chiave, un tappo o le nostre mani.

Queste aperture sono possibili solo perché c’è stato qualcosa/qualcuno che prima ha chiuso la porta, il cancello, il pacchetto di biscotti. Forse siamo stati proprio noi a farlo. 

Se non c’è una chiusura, non c’è possibilità di apertura. Il cancello aperto permette il movimento dentro-fuori. Il pacchetto di biscotti aperto permette all’umidità di entrare e alla fragranza di uscire, alterandone la qualità. Le chiusure quindi sono necessarie con la loro funzione di sigillare, non permette più un passaggio.

“Mi apro alla chiusura”. Per aprirmi, io devo rendermi conto di aver chiuso. Chiuso, forse, alla possibilità di vedere le cose da un altro punto di vista. Nel caso di Harry, l’apertura alla chiusura indica la disponibilità a compiere un atto di estremo coraggio: morire per poter arrivare alla fine di un conflitto che coinvolge tutto il mondo magico. La fine, il completamento di un ciclo, della sua vita.

Quante volte abbiamo dovuto rinunciare, con tanto coraggio, a tutto ciò che sentivamo importante per noi, per qualcosa di più grande? Quante volte invece non abbiamo rinunciato, chiedendoci poi perché la situazione precipitasse?   Tutti abbiamo esperienza di cosa significhi subire perdite, vivere delle chiusure non volute, inattese. È doloroso e spesso abbiamo difficoltà a procedere, ad andare oltre perché non vogliamo dimenticare o perdere o gettare la spugna.  Ma lasciar andare non è questo.

Harry, consegnandosi al suo antagonista-nemico, non si è arreso, non ha rinunciato a lottare. Ha compreso che l’unica via perché tutto possa finire, per offrire una possibilità di nuovo inizio ai suoi affetti, è sacrificare chi “è”, quello che lui rappresenta per sé e per gli altri.

Chiudere in questo modo non dà garanzie sul futuro e non rispetta le nostre aspettative. Fa paura. Paura che ci vengano tolte le nostre sicurezze, le nostre convinzioni per qualcosa che non possiamo, o sappiamo, prevedere.  A volte neanche la speranza di qualcosa di meglio sembra essere sufficiente per aiutarci a scegliere di chiudere, perché abbiamo perso fiducia nella vita, sempre improntata sulla crescita data dal cambiamento. Perché abbiamo perso la fede nelle nostre capacità, anche quelle di recupero. Perché siamo abituati a guardare il tempo come una linea retta senza fine invece di vederlo come una linea circolare, dove ogni punto può essere fine o inizio di un’altra circonferenza, di un altro processo, di una nuova possibilità.

Come fare per chiudere davvero, per non permettere a nulla di avere libero movimento dentro di noi, togliendoci non solo energia, ma anche pace interiore?

Per assolvere al suo “destino”, Harry entra nella foresta proibita con serenità di spirito e dignità, ottenute grazie alla vittoria sulle lotte interiori e esteriori che ha combattuto nella sua breve vita. La disperazione e la sofferenza si sono pacificate nella certezza di fare la cosa giusta. Non ha più alcuna aspettativa, nessun desiderio di riconoscimento, non ha più alcuna resistenza, nessuna lotta interiore. Non è rassegnato. È nel completo accoglimento di quanto avverrà. Nessun rimpianto o rancore. 

Ogni volta che chiudiamo qualcosa con queste energie nel cuore, accade l’inaspettato. E l’evoluzione dell’inaspettato spesso, se non sempre, è più funzionale alla nostra esistenza di quanto non fosse la situazione precedente. In quel momento non ce ne rendiamo conto e solo a distanza di tempo, dopo tanto dolore, ce ne accorgiamo.

Questo è capitato anche al protagonista della saga. Poco prima dello scontro finale quando il ragazzo ha toccato con le labbra il boccino d’oro, l’oggetto si è aperto e ne è fuoriuscita la pietra della resurrezione, facendo apparire i genitori e gli amici, scomparsi nella lotta contro Voldemort, che lo hanno rassicurato sulla correttezza della sua decisione. Una volta fatta la scelta, tutto si è ricalibrato. Gli è stata offerta la possibilità di vivere senza la schiavitù di ciò che di oscuro aveva in lui, una parte dell’anima del suo antagonista che si era agganciata alla sua fin da quando era piccolo, oppure scegliere di rimanere nell’aldilà. Se avesse scelto l’aldilà si sarebbe fermato. Ha scelto di tornare alla vita: ha scelto di andare avanti.

Anche noi abbiamo una scelta: continuare a vivere nel nostro limbo interiore, senza governo sui nostri dolori e sofferenze, con le pendenze di vecchie situazioni nel cuore, oppure decidere di cambiare le regole per iniziare qualcosa di nuovo. Il flusso dell’energia vitale ci supporta perché è nella sua natura farlo se noi lo accogliamo, così come i genitori di Harry lo hanno sostenuto nella sua ultima e definitiva impresa, perché l’amore non muore mai.

Una nuova possibilità è il dono – la nostra pietra della resurrezione – che ci viene offerto quando ci rendiamo conto che lottare contro o per qualcosa che non ha più scopo è non solo inutile, ma anche dannoso e che l’unica strada percorribile è quella di lasciar andare le vecchie modalità. È cambiare punto di vista. È trovare qualcosa di buono nella situazione o relazione che ha bisogno essere chiusa.  Questa chiave apre la via alla serenità; è comprendere che un’esperienza è un modo per imparare qualcosa di utile al cambiamento, ed è molto importante sapere come recuperarne il valore per scrollarsi di dosso il carico emotivo pesante legato ad essa. 

– continua –

 

 

La procrastinazione – 2

Estratto da  “L’arte di passare all’azione” di Gregg Krech – Edizione Giunti

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Parte prima

Il prezzo che pagano gli altriLinda Anderson Kreck – parte seconda

Il Karma delle cose incompiute  – Finora abbiamo esaminato le conseguenze del brutto vizio di fare le cose all’ultimo minuto. Ma quali sono gli effetti delle azioni che restano incompiute?

Almeno in alcuni casi, qualcun altro sopperirà alla nostra mancanza: se si tratta di una faccenda domestica come portare fuori il sacchetto dell’umido o piegare il bucato, il coniuge o i figli possono pensarci  al nostro posto; se si tratta di un progetto di lavoro, un collega potrebbe essere costretto ad aggiungerlo a una lista di incarichi già molto lunga.

Il più delle volte causiamo meno problemi agli altri dicendo subito di no anziché prendendo un impegno al quale poi non terremo fede. Lo so, è tutt’altro che facile. Occorre una generosa dose di sana e realistica capacità di giudizio, che è una dote piuttosto rara. Le buone intenzioni non attenuano l’impatto della nostra negligenza. In alcune circostanze, l’incombenza resta semplicemente incompiuta, alimentando risentimento, frustrazione e delusione.

Le giustificazioni – Per quanto possiamo essere efficienti e volenterosi, saremo sempre vulnerabili rispetto a ciò che è incontrollabile e imprevedibile. Quando meno ce lo aspettiamo, possono presentarsi eventi che sfuggono al nostro controllo, interferendo anche con la programmazione più accurata. Possiamo gestire solo un numero limitato di variabili, e gli imprevisti sono sempre in agguato.

Perciò, per quanto possibile, dobbiamo mettere in conto i contrattempi. Non possiamo prevedere tutto, ma alcune cose sì. Se riserviamo ventidue minuti a un tragitto di ventidue minuti sui mezzi pubblici, non prendiamo in considerazione eventuali intoppi. Calcolare margini di tempo risicati equivale ad “andarsela a cercare”. Aspettare l’ultimo minuto è una ricetta sicura per il fallimento.

Che lo vogliamo oppure no, gli altri dipendono da noi. Siamo tutti legati uno all’altro perché le nostre vite, famiglie e comunità sono intrecciate in una rete compatta. Quando veniamo meno ai nostri doveri, questa struttura si deforma, e nemmeno la giustificazione più valida aiuta coloro che si trovano all’estremità opposta e che sono costretti loro malgrado a subire la situazione. La soluzione migliore è chiedere scusa, vedere quale insegnamento possiamo trarne e andare avanti.

Cosa posso imparare? A fare scelte più realistiche, ad ammettere che le cose richiedono molto più tempo del previsto e a organizzarmi di conseguenza. Se non mi decido a cambiare, gli altri continueranno a pagare con me il prezzo di questi errori.

Scovate i demoni, dunque. Dategli al caccia con il massimo impegno. Siate consapevoli del vostro impatto sulle altre persone. Ricordate che la vita è breve. Guardate il quadro generale. Passate all’azione e fate ciò che è da fare.

 

 

La procrastinazione – 1

Estratto da  “L’arte di passare all’azione” di Gregg Krech – Edizione Giunti

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Il prezzo che pagano gli altriLinda Anderson Kreck – parte prima

Cambiare è difficile, anzi difficilissimo. Anche quando abbiamo ben chiara l’esigenza di modificare il nostro stile di vita, possiamo ricadere nelle vecchie abitudini in men che non si dica. Le nostre impostazioni predefinite hanno la storia dalla loro parte e sono alimentate da anni di uso inveterato. Non è facile.

Prendete la procrastinazione, per esempio. Molti di noi preferiscono subire le conseguenze e le scocciature che derivano da questo brutto vizio piuttosto che affrontare il disagio e la difficoltà di correggere le proprie abitudini. D’accordo. È il nostro karma, la nostra vita. Tocca a noi decidere, giusto? Sì, la scelta ricade sulle nostre spalle e spetta soltanto a noi.  I suoi effetti, tuttavia, sono un altro paio di maniche. Spesso non siamo le uniche vittime delle nostre scelte irresponsabili e di pessima gestione del tempo. I nostri fatti e misfatti quotidiani si ripercuotono su coloro che conosciamo e anche su persone che non conosceremo mai. A darci uno scossone ogni tanto è la consapevolezza di quanto sia vera questa affermazione. Questa verità può spingerci al di fuori della zona di sicurezza come la sofferenza personale non riuscirebbe mai a fare. Non è fantastico? Ricordare l’impatto che possiamo avere sugli altri nei momenti decisivi può aiutarci a scrivere una storia diversa per noi stessi.

La frettaForse ci siamo messsi all’opera in ritardo o abbiamo sottovalutato il tempo necessario. Oppure eravamo distratti, stanchi o dell’umore sbagliato. Alla fine abbiamo rispettato gli impegni presi, ma non siamo stati puntuali.

Se restiamo indietro con un incarico o un progetto, è molto probabile che negli ultimi giorni o minuti schiacciamo l’acceleratore nel tentativo di recuperare il tempo perduto, e nei momenti spasmodici in cui cerchiamo di comprimere il lavoro nelle poche ore rimaste, i rapporti con gli altri possono farsi tesi e fragili. I piccoli contrattempi, come una distrazione o un’interruzione inaspettata, possono diventare insolitamente irritanti, sfociando in attriti con chi ci circonda. Essendo contagiosa, l’energia frenetica può rendere irritabili anche gli altri. Quando abbiamo fretta aumentano anche i problemi di comunicazione, perché toni e parole si fanno più nervosi. È difficile essere una buona compagnia quando si ha l’acqua alla gola.

Paradossalmente, dopo aver tagliato il traguardo, non è raro incappare in una serie di nuovi problemi, fastidiosi per noi stessi e per gli altri. Durante il periodo di recupero dal rush finale dobbiamo affrontare la situazione che abbiamo creato quando avevamo fretta. Per esempio, se non abbiamo calcolato bene il tempo necessario per fare i bagagli e organizzarci per le vacanze, al rientro troviamo la casa sottosopra a causa dei preparativi convulsi. Più abbiamo premura, e più ci concentriamo sull’obiettivo trascurando tutto il resto.

La negligenza che nasce dalla fretta può assumere molte forme: smarriamo le chiavi, rovesciamo il caffè, dimentichiamo il cellulare, superiamo il limite di velocità. Vari intoppi possono metterci i bastoni tra le ruote mentre tentiamo di guadagnare qualche minuto e di raggiungere puntualmente l’obiettivo.

L’attesa Ecco una domanda insidiosa. Un quarto d’ora è più lungo quando si aspetta qualcuno che è in ritardo o quando siamo noi a fare aspettare qualcuno?

Obiettivamente, il lasso di tempo è identico ma, quando riuscite a districarvi dai mille impegni della vita e ad arrivare puntuali a un appuntamento (lasciando molte cose a metà), la consapevolezza dell’incapacità o della scarsa disponibilità altrui a fare lo stesso sforzo può essere irritante.

Quando costringiamo qualcuno ad aspettarci, non abbiamo rispetto per la sua vita, e il tempo è il bene più prezioso che abbiamo. Anche se l’altro ci attende di buon grado, anche se riesce a sfruttare quegli istanti e a ridurre la scocciatura al minimo, stiamo ugualmente rubando un frammento della sua esistenza.

Effetto domino Immaginate che un giorno io esca di casa in ritardo per un appuntamento dal dentista la mattina presto. Mi riprometto di chiamare la segretaria lungo il tragitto in modo che possa riorganizzare l’agenda, ma solo una volta in auto scopro di avere il telefono scarico. Come se non bastasse, mi trovo imbottigliata nel traffico per colpa di un cantiere. Morale della favola, arrivo tardissimo. Non possiamo sapere quali ripercussioni il nostro ritardo abbia sul mondo. Non vediamo il suo impatto mentre investe altre persone nell’arco della giornata. Può darsi che io abbia procurato dei problemi al dentista, per esempio mettendolo in uno stato di tensione o costringendolo a far aspettare altri pazienti, il che potrebbe rovinargli la reputazione. Forse ho messo in difficoltà pazienti che dovevano ritornare al lavoro, e questo potrebbe aver avuto un effetto sui loro colleghi e clienti. Quando siamo in ritardo, possiamo cadere uno sull’altro come tessere del domino, dando il via a una sequenza di eventi di cui non verremo mai a conoscenza pur essendone responsabili.

(segue)