Crescere insieme senza perdere di vista se stessi

di Ermanna

In una coppia ci sono movimenti continui, piccoli aggiustamenti quotidiani che spesso non si vedono ma si sentono. Ci si avvicina, ci si allontana, si cerca conferma, si desidera spazio. È una danza naturale tra il bisogno di stare insieme e quello di restare se stessi. Comprendere questi movimenti significa dare profondità al legame, senza perdersi dentro di esso.

All’inizio è facile lasciarsi andare alla fusione: condividere tutto, pensare sempre in due, organizzare ogni momento insieme. È una fase bellissima, fatta di entusiasmo e scoperta. È un momento intenso, quasi magnetico, in cui il “noi” sembra bastare a tutto. Ma col tempo diventa importante ricordare che l’amore non chiede di scomparire. Restare individui, con gusti, amicizie e passioni proprie, è ciò che mantiene vivo anche il rapporto.

Ogni coppia attraversa momenti diversi: sintonia profonda, piccole incomprensioni, fasi di maggiore distanza. Le differenze non sono un errore della relazione, bensì la prova che due individualità sono presenti. Non sono segnali di fallimento, ma tappe naturali e va bene così. Non siamo specchi perfetti, e proprio per questo possiamo arricchirci a vicenda.
Dal punto di vista emotivo, una relazione tocca corde sensibili: il bisogno di sentirsi scelti, apprezzati, importanti. A volte però può riattivare anche insicurezze. La chiave è non attribuire automaticamente all’altro ogni disagio, ma chiedersi cosa sta succedendo dentro di sé.

L’Essere (in) Coppia riattiva modelli antichi: il modo in cui abbiamo imparato ad amare, a chiedere attenzione, a reagire al conflitto. C’è chi teme l’abbandono e diventa iper-presente, chi teme l’invasione e prende distanza. Riconoscere questi automatismi permette di interrompere reazioni impulsive e scegliere comportamenti più consapevoli.

Tenere presenti se stessi significa chiedersi: sto scegliendo o sto temendo? Sto amando o sto cercando di essere salvato? Questa consapevolezza aiuta a distinguere l’amore dalla dipendenza.
Significa ascoltare i propri bisogni senza sentirsi egoisti. Dire “ho bisogno di un po’ di tempo per me” non è un rifiuto, ma un modo per prendersi cura del proprio equilibrio. E quando ognuno si prende cura di sé, la coppia respira meglio.

Anche la comunicazione fa la differenza. Parlare in modo semplice e diretto, senza accuse, aiuta a evitare malintesi. Condividere ciò che si prova crea vicinanza, non distanza.
Un altro punto importante è non delegare all’altro la propria felicità. Il partner può essere un sostegno, ma non può riempire ogni vuoto o risolvere ogni insicurezza. Una relazione sana nasce dall’incontro tra due persone che stanno già in piedi da sole.

Amare senza annullarsi significa scegliere ogni giorno di stare insieme, non per bisogno o paura, ma per desiderio. È trovare un equilibrio tra “io” e “noi”, tra libertà e condivisione. Quando questo equilibrio c’è, la coppia diventa uno spazio sereno in cui crescere, confrontarsi e sentirsi a casa, senza perdere la propria identità. Ed è proprio questa leggerezza consapevole che rende un legame più solido e autentico nel tempo.

Questi movimenti non appartengono solo alla relazione di coppia: si ritrovano, con forme diverse, anche nel rapporto tra genitori e figli, nelle amicizie e persino nei contesti professionali. In ogni legame umano esiste la stessa tensione tra vicinanza e autonomia, tra appartenenza e identità personale: imparare a riconoscerla rende più consapevoli e più liberi in ogni relazione.

Adesioni alla Conferenza entro martedì 24 febbraio

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La potenza del nostro Respiro

Di Ermanna

Il respiro è il filo invisibile che unisce corpo, mente e anima. È sempre con noi, silenzioso e fedele, eppure spesso ce ne dimentichiamo. Il respiro diventa corto, distratto, quasi trattenuto, come se stessimo vivendo a metà.

Quando torniamo ad ascoltarlo, il respiro diventa una porta. Una porta verso il corpo, verso le emozioni, verso uno spazio interiore silenzioso e autentico. Respirare consapevolmente significa rallentare, abitare il presente, permettere all’energia di tornare a fluire.
È in questo modo che il respiro diventa uno spazio sacro, un luogo interiore in cui tornare ogni volta che sentiamo il bisogno di equilibrio e presenza.

La tecnica del Respiro (Rebirthing) nasce proprio da questa intuizione: attraverso un respiro continuo e circolare possiamo sciogliere strati di tensione, memorie antiche, schemi limitanti e vecchie credenze, favorendo maggiore chiarezza, fiducia e vitalità. Il corpo si rilassa, la mente si tacita e contemporaneamente si espande, e l’anima ritrova spazio per esprimersi.
È un invito a lasciar andare il controllo e affidarsi al ritmo naturale della vita, di entrare e uscire da noi.

Durante questa tecnica, il respiro diventa un’onda. A volte dolce, a volte intensa, capace di portare in superficie emozioni sopite e di liberarle senza sforzo. Questa onda favorisce il rilascio di ciò che non è più in risonanza con noi. Non si tratta di capire, ma di sentire.

È un processo naturale, guidato, sicuro, che avviene nel pieno rispetto dei nostri tempi interiori.
Il respiro diventa allora un maestro silenzioso che mostra e insegna fiducia, presenza e accoglienza. È un invito a ricordare chi siamo, oltre le maschere e le tensioni della vita quotidiana.

Respirare consapevolmente è come dialogare con l’anima.
Ogni inspirazione è un atto di apertura alla vita, ogni espirazione un gesto di abbandono. In questo movimento continuo si ritrova l’equilibrio, il senso di unità tra corpo, mente e spirito.

Respirare diventa così un atto di amore verso se stessi, un rituale quotidiano di ascolto e trasformazione, una via gentile per tornare a casa, dentro di sé.

In un mondo che corre veloce, il respiro ci ricorda che non dobbiamo andare da nessuna parte. Tutto è già qui, nel semplice atto di inspirare ed espirare. E forse, “rinascere”, significa proprio questo: tornare a respirare davvero.

Conferenza gratuita
Flower Bistrot – Piazza Caprera, 6 – Seregno
12 febbraio 2026 ore 18:00

Adesione su prenotazione Contatti 

 

Auguri 2025

“Si chiama calma e mi è costata tante tempeste per ottenerla”

Dalai Lama

 

In questo periodo di festività, il mio augurio a voi è di ritrovare la pace e la serenità conquistata dopo ogni tempesta, affinché illuminino ogni giorno donando calma e forza per vivere al meglio qualsiasi evento futuro.

Buone Feste  

 

Il linguaggio che fa bene alle relazioni

di Ermanna 

Le parole sono la materia viva delle nostre relazioni, non solo quelle di coppia, ma anche quelle sociali, professionali, familiari. Anche nella relazione profonda con noi stessi:  cosa ci diciamo, come ci sosteniamo o ci critichiamo.

Con esse costruiamo ponti, definiamo confini, apriamo o chiudiamo spazi di intimità. Eppure spesso le usiamo in modo automatico, senza renderci conto di quanto possano incidere sulla qualità del nostro rapporto con gli altri — e con noi stessi. Un linguaggio che fa bene alle relazioni è un linguaggio consapevole, empatico e autentico, capace di trasformare anche i momenti di conflitto in occasioni di crescita.

Quali sono le chiavi che ci aiutano a instaurare, proteggere le nostre relazioni? Ecco quelle che io considero le più significative.

L’ASCOLTO è la prima chiave per una relazione sana. È il primo passo per comunicare in modo costruttivo è imparare ad ascoltare davvero. Ascoltare non significa solo attendere il proprio turno per parlare. È il non pensare alle risposte o a controbattere mentre l’altro parla, perchè questo impedisce di ascoltare veramente. È  accogliere ciò che l’altro sta vivendo, senza giudizio né fretta di rispondere. L’ascolto autentico crea uno spazio sicuro, in cui l’altro può sentirsi visto e riconosciuto.
 Un semplice “ti capisco” o un silenzio attento possono essere più potenti di mille consigli. Nelle relazioni significative, l’ascolto è il gesto d’amore più profondo che possiamo offrire.

La seconda chiave è la MANCANZA DI GIUDIZIO.
Molti conflitti nascono sia da ciò che diciamo, sia dal modo in cui lo diciamo. Frasi come “non capisci mai niente” o “sbagli sempre” attivano immediatamente difese e rabbia. Al contrario, usare la prima persona, dire “io” e non “tu” — ad esempio, “mi sento frustrato quando succede questo” e non “tu hai fatto questo!” — sposta il focus dall’accusa alla condivisione del proprio vissuto.
Questo approccio, tipico della comunicazione assertiva, permette di esprimere bisogni ed emozioni senza ferire né sminuire l’altro. Quando comunichiamo con empatia, l’altro non si sente giudicato, ma coinvolto in un dialogo sincero.

La terza chiave è la GENTILEZZA, anche verbale come scelta quotidiana.
Spesso sottovalutiamo il potere delle parole gentili. Dire “grazie”, “apprezzo ciò che hai fatto”, “mi piace il tuo punto di vista” sono gesti semplici, ma capaci di nutrire profondamente la relazione. La gentilezza verbale non è debolezza: è forza consapevole.
In un mondo dove prevalgono fretta e distrazione, scegliere di comunicare con rispetto e calore è un atto rivoluzionario. La gentilezza, infatti, genera reciprocità: ciò che doniamo in parole, ci torna in fiducia e armonia.

La quarta chiave: AUTENTICITÀ e RESPONSABILITÀ EMOTIVA.
Un linguaggio che fa bene alle relazioni è anche autentico. Significa parlare con sincerità, ma senza aggressività; dire “non me la sento”, “ho bisogno di spazio” o “questo per me è importante” invece di tacere o reagire con distacco. L’autenticità nasce dall’ascolto di sé e richiede responsabilità emotiva: esprimere ciò che sentiamo senza scaricare sugli altri il peso delle nostre emozioni.

La quinta chiave: PAROLE CHE CURANO
Usare parole gentili, rispettose e consapevoli non fa bene solo alle relazioni: fa bene a noi stessi. Parlare con calma e rispetto stimola la presenza mentale, riduce lo stress e favorisce un atteggiamento più empatico verso la vita.
Ogni volta che scegliamo una parola costruttiva al posto di una distruttiva, stiamo contribuendo alla nostra crescita personale. Parlare bene è un atto di responsabilità e di amore, un modo per dire all’altro — e a sé stessi — “tu conti per me”.

Perché, in fondo, il linguaggio non è solo un mezzo per comunicare: è un modo per creare realtà.

Quando la vita fa deviazioni migliori del nostro GPS

di Ermanna –

Ci hanno insegnato a essere efficienti, non a perderci. A restare in carreggiata, non a deviare. Eppure, alcuni degli incontri/esperienze più importanti della nostra vita sono nati da un cambio di rotta, da una porta che si è chiusa e ci ha costretti a bussare altrove, oppure, più semplicemente da un contrattempo: quanti scienziati hanno fatto scoperte eccezionali proprio sulla base dell’inaspettato avvenuto durante i loro esperimenti e ricerche?

E proprio lì, nell’interruzione della routine, nella deviazione dal copione, nasce qualcosa di prezioso.

Un’antica arte giapponese, il kintsugi, consiste nel riparare oggetti rotti con oro fuso, trasformando una frattura in un punto di valore.

L’inaspettato nella vita è un po’ così: rompe i piani, ma spesso lo fa per rivelare qualcosa di più autentico, più nostro. Sono esperienze che ci cambiano, proprio perché non erano da noi preventivate.

L’inaspettato ci aiuta a essere presenti. Quando qualcosa rompe la routine, siamo costretti a fermarci, ad ascoltare, a cambiare punto di vista, ad agire in modo nuovo. Questi momenti ci svegliano, come uno schiaffo gentile – ma alle volte anche non gentile – dalla monotonia, dalle aspettative prodotte da abitudini. Ci ricordano che non siamo spettatori passivi della nostra esistenza, ma protagonisti pronti a danzare e fluire con ciò che la vita porta, anche quando non è nei nostri programmi.

L’inaspettato ci insegna la fiducia: nel tempo, nel cambiamento, in noi stessi. Ci ricorda che non tutto può (o deve) essere controllato. Che la vita è, per sua natura, mutevole, sorprendente, indomabile.
L’inaspettato non è annunciato, né cercato. Come il profumo del pane appena sfornato in una via qualunque, o come un tramonto visto per caso in mezzo a una giornata difficile. Sono attimi che non abbiamo costruito, ma che ci vengono donati. Gratuiti, silenziosi, irripetibili. E forse proprio per questo, più veri di tutto il resto.

Abbracciare l’inaspettato richiede coraggio. Significa fare pace con l’idea che non possiamo controllare tutto. Significa aprirsi a nuove possibilità, incontri, emozioni. C’è una bellezza rara nel non sapere cosa succederà domani. Non è debolezza, ma apertura. Non è disordine, ma disponibilità al nuovo.
Quando lasciamo spazio a ciò che non avevamo previsto, lasciamo spazio alla meraviglia, alla magia.

La bellezza dell’inaspettato non è solo in ciò che succede, ma in come scegliamo di viverlo. In un mondo che ci spinge a sapere sempre tutto, l’inaspettato è un invito alla fiducia. È un promemoria che la vita, nonostante tutto, sa ancora sorprenderci.

L’inaspettato è uno strappo nella trama delle nostre certezze. È il punto in cui il tessuto si fa trasparente e ci lascia intravedere un’altra possibilità. Un’altra versione di noi. Un’altra via.

A volte basta poco: un attimo, un sì, una distrazione. E all’improvviso, ci accorgiamo che tutto quello che stavamo cercando… ci stava cercando anche lui.