Pensanti e non-pensanti

Estratto da: “Il bisogno di pensare” di Vito Mancuso – Ed. Garzanti

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Quanti  anni  avete?  Diciassette,  ventuno, cinquantacinque, ormai quasi sessanta, o forse sono già ottanta?  Qualunque età abbiate, io vi chiedo qual è il vostro punto di orientamento in questa vita che scorre, che viene da una bianca sorgente che non conosciamo  e  va  verso  un mare nero che conosciamo ancor meno.  Io, alla mia età, ancora mi chiedo  a  cosa  affidarmi per trovare  direzione  e  sostegno,  perché  di  un sostegno ho bisogno, questo è sicuro, questo lo sento, a volte con un dolore sottile e penetrante che mi pervade tutto il corpo, specialmente la sera.  Anche  voi  l’avvertite  talora,  o  non  sapete neppure di cosa parlo? Mi capite, o pensate che io sia solo un disadattato cui concedere un sorriso di circostanza?

A prescindere però dall’impressione che vi faccio, la mia domanda rimane. Dopo aver scoperto  il principio della leva Archimede dichiarò: “Datemi un punto di appoggio e solleverò il mondo”. Ebbene io vi chiedo: quale punto di appoggio avete per sollevare il vostro mondo dalle bassure dell’esistenza quotidiana? Oppure non ve ne curate? Oppure preferite stare bassi, rasoterra, a volte persino strisciare, perchè si fa meno fatica e non c’è pericolo di cadere?

Voi mi direte di farmi i fatti miei. Io però insisto e pongo la questione anche dal punto di vista dinamico chiedendo: lo sai in base a cosa ti muovi? Lo sai verso quale scopo dirigi la tua energia vitale?  Sei consapevole del metodo con cui affronti la vita e del fine che vi persegui?  Lo sai qual è il criterio del tuo procedere in equilibrio sulla fune della vita?  Alcuni considerano questi discorsi filosofemi irritanti, altri si sentono sprofondare nella noia al solo sentirli. Conosco l’obiezione: “Vivere! A me basta vivere, seguire il mio istinto e quello che mi va! Che me ne faccio di tutte queste teorie?”. Molti la pensano così, l’aveva già osservato Goethe quando scrisse a proposito della vita: “Tutti la vivono, non molti la conoscono”. Schopenhauer al suo solito era ancora più tagliente: “Se si considera attentamente quanto grande e palese sia per noi il problema dell’esistenza, di questa esistenza ambigua, tormentata, fuggevole e simile al sogno[…] e se poi si osserva come tutti gli uomini – tranne alcuni pochi e rari – sembrano non rendersi conto di questo problema, anzi non esserne affatto cosapevoli, bensì preoccuparsi  di tutto meno che di esso […] se si riflette bene a ciò, io dico, si può cominciare a credere che l’uomo si chiami essere pensante soltanto in un senso assai lato della parola”.

Non c’è nulla di strano quindi, anzi nulla di originale, nel fastidio provato da molti di fronte al tentativo di indagare il senso del nostro essere qui: per chissà quante migliaia di anni siamo stati raccoglitori e cacciatori, e anche adesso lo siamo, raccogliamo e cacciamo denaro-piaceri-emozioni nutrendo in questo modo il nostro istinto vitale. Così è del tutto secondo copione che per alcuni le filosofie e le spiritualità siano solo una seccatura, e che esista unicamente la voglia di vivere e basta, senza tanti pensieri.

Per qualcuno però non è così. Sarebbe interessante chiedersi come mai. Come spiegare questa distinzione tra chi si pone le domande esistenziali e chi no? Io non so cosa rispondere […] Mi vengono in mente le parole di Norberto Bobbio, quando, cogliendo a sua volta questa linea di divisione che attraversa il genere umano, affermò che secondo lui “la differenza rilevante non passa tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti”.

( SECONDA PARTE – ITACA )

Il sentire

Estratto da: Le emozioni che curano  di Erica Francesca Poli – Ed Mondadori

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Sentire: parola che evoca esperienze, e altrettante domande. Parola che dice quel che non si può dire fino in fondo, quel che non si può esprimere del tutto, si può sentire soltanto. E quando lo si sente, è vero, senza bisogno di commento, senza se e senza ma.
Il sentire è la via più potente attraverso la quale diamo senso alla nostra vita ed è anche ciò da cui maggiormente ci difendiamo.
Il dizionario, alla parola “sentimento”, suggerisce un volo di concetti che plana dal versante degli affetti al crinale del carattere e dell’etica. È interessante notare come l’espressione “lasciarsi guidare dal sentimento” intenda quest’ultimo in contrapposizione alla ragione, mentre in Boccaccio come in Dante il sentimento è la coscienza: ”Che balenò una luce vermiglia / la qual mi vinse ciascun sentimento; / E caddi come l’uom cui sonno piglia” (Divina Commedia – Inf. III vv 134-136).
In fonti ancora più antiche il sentimento era l’atto del sentire, quindi riconducibile anche ai sensi, eppure al contempo collegato al senno, al dominio di sé, come se in origine, quando res cogitans e res extensa non erano state ancora separate, sentire con i sensi e avere padronanza di sé fossero un tutt’uno: era con pienezza di sentimenti che nell’Ottocento si scrivevano i testamenti…
Il plurale del sentimento si sfrangia nei colori dell’amore, dell’odio, dell’amicizia, ma a volte trascina con sé anche le emozioni, fino a dare sostanza a un modo di pensare e di sentire, a “tonalizzare”, se così si può dire, il carattere.
Le dita lunghe del sentimento si spingono sino al divino, quando la fede si definisce sentimento di Dio, e scendono al centro della coscienza con il “semplice sentimento dell’esser proprio” di Leopardi ((Dialogo di un fisico e di un metafisico – Operette morali).
Questo breve excursus, certo non esaustivo, mostra tuttavia la complessità semantica del sentire, che è insieme sensazione, moto affettivo, emotività, coscienza di sé e capacità dell’animo di percepire il reale.
È il sentire, più di ogni altra facoltà, che comprende le dimensioni del nostro esistere.
Il sentire non è cieco, ha un’intelligenza propria, differente da quell’intelligenza che attribuiamo al pensiero logico deduttivo o razionale. Ha un’intelligenza diffusa tra la mente, il cuore e il corpo nella sua interezza, espansa e intuitiva.
Il sentire è vivo, è qui, ora, inevitabilmente, poiché quando immagini un evento futuro che ti comunica emozioni, quel che senti lo senti comunque adesso.
Il sentire guida le decisioni più di quanto pensiamo, plasma persino il cervello.

[…] È così che biochimica, neuroscienze, psicologia, antropologia, etologia, ma anche storia, cultura, religione, arte si collegano, dialogano, dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, dal pensiero al corpo e viceversa, in una danza di risonanze che rende tutto, a guardarlo nell’insieme, così incredibilmente pregno di senso e di bellezza, di umanità e di trascendenza.
Questo movimento di connessioni è il cuore stesso del potere che hanno e del ruolo che le emozioni svolgono dentro di noi, e ha la qualità per fare da ponte, e non si limita a unire due punti, li fa diventare un sistema dinamico, creando il dialogo del loro stesso divenire.
Arduo se non impossibile separare cervello, mente, corpo dalle emozioni che li animano, difficile studiare le emozioni senza dover fluire tra alto e basso, destra e sinistra, tra cervello corticale e sottocorticale, tra mente e corpo, tra un emisfero e l’altro poi tra cuore, cervello, viscere, pelle, occhi, sensi e di nuovo pensieri, parole, immagini e sentimenti.
E la meraviglia è che non possiamo tracciare un confine netto che separi l’una cosa dall’altra, la scienza ci ha provato per secoli e la storia della scienza è anche la storia di uno spostamento continuo del limite di ciò che possiamo definire.
La verità del sentire è che è composto di tutto questo e di molto, molto di più, e di esso nulla può davvero essere compreso come un pezzo a sé stante, e così è esattamente l’individuo. […]

Le emozioni influenzano le nostre decisioni, i pensieri, la biochimica del nostro corpo, le risposte del sistema immunitario, persino lo sviluppo del nostro cervello quando siamo piccoli e la neuroplasticità del sistema finché siamo vivi.
Così come lutti gravi, traumi violenti, abbandono, possono distruggere individui e segnare intere famiglie, allo stesso modo esperienze emotive di riparazione, quali che siano, possono catalizzare un processo che possiamo davvero definire di “guarigione” se con essa intendiamo il ripristino della forza vitale che anima un individuo, dell’armonia dei suoi sistemi, della visione d’insieme che permette di riconoscere la forma dell’elefante al di là delle sue parti e ne ritrova il senso.
Le emozioni sono al crocevia di tutto questo: il potere trasformativo e curativo che respira nel poterle sentire e vivere per ciò che sono, intensamente e liberamente, è incommensurabile. Esso sposta il limiti di ciò che è vivibile, oltre quello che la logica crede. Se lo puoi sentire e accogliere, allora lo puoi affrontare.
[…] Nessuno di noi potrà mai sfuggire a se stesso, ed è con noi stessi che trascorriamo la nostra vita. Le emozioni possono rendere questo viaggio con il nostro sé infernale o piacevole o persino meraviglioso, nonostante gli ovvi e inevitabili rovesci che prima o poi tutti sperimentiamo. […]

Le emozioni si collegano alle dimensioni più astratte della mente come le cognizioni, alle declinazioni della volontà come le decisioni, tanto quanto a ciò che di più fisico abbiamo, esse si trovano al punto d’incontro di mente, cervello e corpo e li rendono inseparabili.  […]
Ciò che a me pare più importante, in questa sede, è cominciare a considerare che la tua vita, le tue scelte, quello in cui credi e che pensi sia assai più connesso alle tue emozioni di quanto immagini, e che queste emozioni parlino di un te che è ancestrale, precedente la tua razionalità, inconscio, embodied, cioè completamente incarnato, impastato di soma.
Hai un cervello emotivo che è un cervello nel cervello, antico, istintivo, animale, in relazione costante con altri cervelli del tuo corpo, quello del cuore e dell’intestino e quello di ogni cellula, oltre che essere mediato dalle attivazioni o disattivazioni del sistema nervoso autonomo, dai flussi endocrini e dalle risposte immunitarie.
In ogni istante, anche adesso, mentre leggi, la tua vita è uno sforzo costante di simbiosi tra la psiche, i pensieri, i desideri, il tuo cogito ergo sum e questo mondo, che dice sentio ergo sum al di sotto della corteccia cerebrale e al tempo stesso in comunicazione con essa, che è intriso di emozioni.
Questa natura emozionale parla un linguaggio dentro di te che non è fatto di parole, ma di sensazioni e immagini. Non lo puoi costringere a fare quello che la tua razionalità vuole. Segue le proprie leggi istintuali. È pieno di forza, gestisce tutto il tuo organismo, fa battere il tuo cuore, ti fa respirare, gestisce i tuoi ormoni. Ti permette di essere qui a pensare. Custodisce anche i meccanismi segreti dell’alchimia delle sostanze, dei neuropeptidi, e ha più probabilità di aiutarti a stare bene o a guarire di quanto non ne abbia tu con i tuoi discorsi. È vicino alla vita della natura, è il tuo cuore selvaggio. Racconta le tue esperienze dell’infanzia e persino quel che è accaduto prima di ciò che tu puoi ricordare. Inoltre, attraverso il tuo DNA, porta con sé anche i doni o le ferite dell’evoluzione della specie e della tua genealogia.
Tu sei il frutto di questo processo: quando dici “io sono”, stai dicendo io sono le emozioni che hanno plasmato la mia specie, la mia genealogia, il mio mondo infantile, lo sviluppo del mio cervello, del mio sistema nervoso, delle mie stesse cellule in associazione con l’ambiente, il cibo, l’acqua e l’aria che ho introdotto in me. Potrebbe sembrare quasi eccessivo, ma quello che abbiamo compreso è che davvero le emozioni rivelano meglio di qualsiasi racconto chi siamo noi e come reagiamo alla vita.

[…] Allora, quando tu, lettore o lettrice, dici che vuoi cambiare qualcosa della tua vita, e pensi a come fare, stai vedendo solo la punta di un iceberg, e dovrai fare i conti con la sua parte sommersa fatta di tutto quello che abbiamo chiamato emozioni, programmi affettivi, matrici innate e automatiche plasmate dall’esperienza dei primi anni di vita. E se pensare di non curarsene potrebbe procurarti uno scontro rovinoso come quello del Titanic, al contrario comprendere che è a questa parte sommersa che devi rivolgere la tua attenzione ti metterà in condizione di disporre del potere più grande che è nella forza delle emozioni.
Sentirle, incontrarle, attraversarle, sperimentarle primariamente nel corpo, dare loro un nome, quindi comprenderle nei molteplici significati che veicolano e utilizzarle come strumenti di consapevolezza di sé, dell’altro, della relazione, della malattia e della salute: questo è il percorso che può condurre dalla prigione dei copioni, che non vuoi ma che si ripetono, alla libertà di chi affronta quel che sente e quel che accade nel pieno delle facoltà che è possibile ottenere da questa strana commistione di anima e corpo che siamo.

 

Delicati equilibri

Estratto da: “Il tempo delle emozioni” di Aldo Carotenuto – Ed. Bompiani

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La capacità di riflettere sui personali stati affettivi ed emozionali risulta essere la colonna portante affinché ogni individuo sappia ascoltare la voce della propria anima ed esprimere al meglio la sua autenticità. Essere se stessi, e soprattutto percepire una aderenza psicologica tra il Sé e l’Io, ossia tra il mondo interiore e la percezione che ognuno ha di esso, rappresenta un passo evolutivo fondamentale per la crescita psichica dell’essere umano.
Conoscere la propria verità interiore rappresenta il traguardo esistenziale da raggiungere, perché altrimenti l’uomo rimane vittima e preda delle scelte altrui, delle tendenze collettive e omologanti che regnano nella realtà circostante.
Porsi in una posizione di introversione rispetto alla propria realtà inconscia, laddove sono custoditi i segreti e le indicibili fantasie, rappresenta il gradino fondamentale da percorrere, al fine di iniziare una discesa sempre più profonda e dolorosa negli Inferi abissali.
In questa discesa di auto-conoscenza sono le emozioni, le guide polari in grado di indicarci la strada migliore da seguire, quella più irta e travagliata, ma sicuramente più feconda per l’arricchimento e la maturazione della propria personalità. […]

Fattore basilare nella costruzione della propria personalità risulta essere la presa di coscienza, da parte del singolo individuo, delle sfumature emotive che colpiscono la sua anima. Come dire, sapere di avere un sentimento rappresenta la condizione prioritaria affinché la scintilla emotiva, che sorge nel profondo della psiche, possa dar luogo a una luce immensa in grado di investire l’intera personalità dell’individuo, senza quindi rimanere confinata nell’ambito della sua nascita.

L’effetto completo e duraturo dei sentimenti richiede la coscienza, poiché è soltanto con l’avvento di un senso di sé che l’individuo viene a conoscenza dei sentimenti che ha” (Damasio – Emozione e Coscienza, Adelphi).

La sfera emotiva appartiene alla dimensione più arcaica della nostra psiche, al di là di ogni forma di consapevolezza, giacché essa si sostanzia di elementi che nella storia evolutiva si collocano molto prima della coscienza; una sorta di mostruosità. Quindi alberga nel nostro mondo emozionale, “mettendone ancora una volta in risalto la portata primordiale” (Minkowsky – Trattato di psicopatologia, Feltrinelli), dove gli impulsi e i desideri più sopiti dominano lo scenario inconscio.
Tale presupposto è quanto mai evidente nel momento in cui avvertiamo uno stato d’animo indefinibile che ci avvolge totalmente, facendoci sentire inquieti o a disagio, titubanti o increduli, privi di un senso stabile del sé e di una certezza interiore che ci consentano di conferire un significato agli eventi esistenziali. Trasportati su un terreno emozionale dove il “perturbante” attanaglia la nostra anima, ognuno di noi in seguito tende a ristabilire un certo equilibrio psichico attraverso l’intervento degli strumenti della coscienza, con l’obiettivo di rappresentarsi mentalmente il vissuto emotivo che dilaga nella propria sfera intima.
Elaborare psicologicamente le vicissitudini del nostro mondo interiore significa attivare “uno stato del sentire reso conscio, cioè noto all’organismo soggetto all’emozione e al sentimento” (Damasio), in modo da far luce sull’oscurità del proprio labirinto interiore. La scia psichica che le emozioni lasciano dietro di sé diventa, dunque, la strada da percorrere in modo da poter rintracciare in essa i tasselli basilari, quegli stessi che sveleranno aspetti della personalità a noi in precedenza sconosciuti. […]

La presenza di connessioni tra il sistema emozionale e quello legato al pensiero vigile e cosciente è quanto mai evidente nel momento in cui ognuno di noi può trovarsi a esperire dei segnali affettivi molto intensi e disturbanti, al punto da riuscire a sabotare le linearità di un nostro pensiero corrente.
Una sofferenza psicologica, un dolore incontenibile, vissuti di perdita, sono stati d’animo che possono concorrere a offuscare la nostra capacità intellettuale di porci nei confronti della realtà, perché la loro energia intrinseca invade, allaga la processualità operativa, e quindi risulta non essere più contenuta e controllata dagli strumenti del pensiero.
Il sistema operativo dell’uomo, quello razionale, logico, deputato alla progettualità e all’intervento finalizzato, mai potrebbe espletare il suo funzionamento in modo efficiente senza l’intervento e la collaborazione delle emozioni, perché sono queste le bussole psichiche che orientano le nostre scelte, che danno l’avvio al nostro sentire, al nostro “essere” anzi. Esse rappresentano l’energia psichica fondamentale per l’esistenza, il motore primario che ci spinge ad agire e a comportarci in determinati modi, per cui, anziché essere uno scomodo compagno di viaggio come il passato positivista voleva, le emozioni possono considerarsi come una “manifestazione palpabile della logica della sopravvivenza” (Damasio).
Gli insegnamenti emozionali, che la vita ci permette di acquisire, consentono di restringere il vasto ventaglio di opportunità che si aprono dinanzi a noi, eliminando delle opzioni e, al contempo, mettendone in evidenza delle altri che appaiono, alla luce dei nostri interessi, più significative e di valore. Essi ci sostengono nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili perché possano essere unicamente affidati all’intelletto e quindi

quando è il momento che decisioni e azioni prendano forma, i sentimenti contano almeno quanto il pensiero razione, e spesso anche di più” (Goleman, Intelligenza Emotiva, Bur-Saggi ).

[…] La vita psichica non può, dunque, essere concepita senza tener conto della fondamentale importanza che le dinamiche affettive rivestono, o meglio senza considerare il privilegiato rapporto di complementarietà che esse instaurano con il pensiero. L’acerrimo e primitivo conflitto tra mente e cuore, che per molto tempo si è risolto unicamente a favore della componente razionale, deve quindi essere inteso sotto un punto di vista relazionale, cercando di trovare il giusto equilibrio tra le due parti.
Equilibrio che non deve pertanto condurre a una scelta aut-aut tra le parti del binomio, ma che deve invece stimolare il nostro interesse a cercare di trovare un punto di contatto tra le due dimensioni, valicando i sentieri divisori che il vecchio paradigma intellettuale propinava alle menti degli uomini. Le anche opinioni dei grandi pensatori del passato sul rapporto tra ragione e sentimento tendevano a valorizzare il dominio del pensiero logico sulla sfera più propriamente emotiva dell’individuo, ovvero la sfera deputata più “debole” e fragile e che, pertanto, doveva essere messa a tacere.[…]

Non ascoltare il prezioso tesoro delle emozioni che ogni essere umano cela nel suo profondo, e nascondersi da esso, significa quindi innalzare delle potenti difese contro tutto quello che potrebbe inficiare l’ordine e il controllo prestabiliti dagli artifici del raziocinio, e ciò comporta inevitabilmente una perdita conoscitiva incolmabile.
Il pensiero che agisce senza realizzare una correlazione dialettica con un background emozionale corre il rischio di diventare arido e sterile, svuotato cioè di quello spessore psicologico e di quel tono direzionale che, dal canto loro, conferiscono qualità e dinamismo a un particolare discorso.
Non esiste conoscenza alcuna che non sia sostenuta da una tensione emotiva capace di accelerare il processo di pensiero, e in grado di orientare le scelte individuali all’interno di un magma aggrovigliato di dati informativi. Nel momento in cui è importante saper discernere tra diverse opportunità che, alla luce della coscienza, potrebbero apparire non troppo diverse tra loro, interviene l’ausilio dell’intuito a innescare dentro di noi un processo psicologico decisionale e semplificativo.

Ogni umano atteggiamento è pensiero, e ogni istante di vita è dettato da un desiderio intimo, da una spirale di emozioni che forniscono l’energia psichica necessaria alla realizzazione dei propositi iniziali posti dal singolo individuo. Occorre dunque prestar voce ai moniti interiori che la sfera emotiva rimanda alla nostra conoscenza, e far tesoro di questa conquista rappresenta un momento importante per la nostra crescita psicologica. La superficie apparentemente omogenea e ordinata della realtà viene stravolta e messa in discussione dalla voce delle emozioni e dei sentimenti che, al di là della semplice fattualità, mirano a cogliere quelle sottili venature impercettibili, ma fondamentali, all’occhio comune. Venature che ci indicano il sentiero da percorrere qualora ci trovassimo dispersi nell’oscurità dell’esistenza, qualora la guida della ragione fosse obnubilata nel segnalarci la riva da raggiungere dove trovare sollievo e riposo. La “bussola” interiore si avvale della capacità di rischiarare la nostra mente nel buio tempestoso che a volte sovrasta il sistema operativo umano, sconvolgendo così le ordinarie funzioni conoscitive. La risonanza emozionale colora i ricordi, scolpisce il presente vivere, dà luce e forza alle visioni del futuro, riempiendo di slanci creativi la vita psichica di ogni individuo che, in assenza di tale humus, finirebbe col cristallizzarsi in un rigido meccanismo mentale. […]

L’equilibrio che si instaura tra le due componenti della psiche, il pensiero e gli affetti, risulta quindi essere alquanto fragile e delicato, pronto a spezzarsi nel momento in cui viene meno l’interscambiabilità e la continuità, elementi che consentono alle ragioni del cuore e a quelle del pensiero di instaurare tra loro un dialogo specificatamente psicologico all’interno di un unico processo evolutivo.
È elevato il potere conoscitivo che le emozioni recano con sé perché esse, nella loro incandescenza e vulnerabilità, ci consentono di cogliere con l’intuizione il senso delle cose, la profondità degli eventi, orientandoci nel caos informazionale che ci circonda.
Le venature emozionali che compongono la nostra vita interiore sono portatrici di conoscenza e trasformazione dal momento che conducono l’essere umano al di là dei suoi confini strettamente individuali, per svelare una dimensione psichica non leggibile con gli usuali strumenti della logica.
È la verità intima e segreta che ogni individuo reca dentro di sé, ma è anche la verità profonda che si cela dietro la superficie apparente della vita che si apre ai nostri occhi: è l’essenza dell’essere.
Attraverso gli occhi dei sentimenti è possibile osservare la nostra esistenza sotto un’ottica particolarmente penetrante, sotto un punto di vista che tende a carpire le radici di ogni umana situazione che si dispiega nei circuiti complessi della realtà, al di là di ogni confine individuale.

Passione e pedagogia della paura

Estratto da “Passione” di Paolo Crepet – Mondadori

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Basta entrare in un supermercato e osservare. Gli scaffali più frequentati sono quelli che “non” contengono qualcosa. Siamo arrivati alla ricerca spasmodica del “senza”, all’epoca della sottrazione rassicurante.
Senza glutine, senza lattosio, senza olio di palma, senza zuccheri aggiunti, senza grassi, senza carbonato di potassio, senza uova, senza glifosfato, senza purine, senza lievito, senza amidi … Genitori, single, anziani, sportivi, evergreen: tutti alla caccia di ciò che non ci deve essere, tutti consolati dalla mancanza e non dalla presenza.
Le allergie si diffondono e, con esse, i timori di qualsiasi epidemia, vera o presunta: l’importante è avere paura. Come se le nostre identità fossero costruite su ciò che temiamo e non più su ciò che amiamo.
I bambini crescono ossessionati dalle paure di genitori e insegnanti, incapaci di difendersi se non aggrappandosi ad adulti psicolabili. Le città si riempiono di parafarmacie, veri e propri mercati aperti spesso 24 ore su 24. Per rincuorare le nostre angosce, distributori di rassicurazioni chimiche o di rimedi “naturali” per ansie, insicurezze, paranoie.
Ogni strillo su qualche attentato alla nostra salute trova immediatamente alloggio nell’infinito repertorio di prodotti placebo pubblicizzati da innumerevoli chat digitali, sequele di messaggini che circolano di giorno e di notte con lo scopo di seminare panico, annientare certezze, vanificare avanzamenti scientifici. La rete moltiplica all’infinito la paura del complotto di qualche multinazionale che vuole imporci l’acquisto di un vaccino con il rischio di far diventare autistici i nostri bambini. Bestemmie scientifiche che hanno però persuaso milioni di cittadini e che ora insidiano pure le decisioni ministeriali. La paranoia funziona perché coltiva un’identità collettiva fondata su pericoli immaginari.
I bambini sono ovviamente le prime, e più facili, vittime di un mondo che trova la propria forza nell’idea del complotto, che inocula il timore che qualsiasi cosa facciamo, mangiamo, beviamo, assumiamo possa esserci dannoso o fatale.
Così si costruisce un mercato parallelo e fiorentissimo, quello della paranoia. Prodotti costosi proprio perché non contengono questo o quell’ingrediente, o perché illudono di provenire da chissà quale “fabbrica sana e naturale”. La parola magica, e assolutamente imbarazzante, è free, libero. Forse è solo una coincidenza, ma in questo temine inglese convivono, più strettamente che nel corrispettivo italiano, due accezioni: ”libero da…” e “libero di…”. Il largo consenso che questo nuovo mercato ha trovato è in parte legato proprio all’idea, illusoria, di essere liberi, non contaminati. […]
È emblematico che, oggi, ci si possa sentire liberi solo “senza” qualcosa. I nostri figli crescono con un’idea bizzarra della libertà: quella che non ti fa scegliere, ma seguire i dettami delle paure. E i sentimenti – ciò che chiamiamo empatia, ovvero fiducia – che fine faranno in un mondo in cui non ci si può più fidare di nessuno?
Recentemente, un’appassionata assessora della giunta comunale di Napoli ha emesso una direttiva che proibisce ai negozianti di esporre in vetrina animali morti, con tanto di multa fino a 500 euro per i non ossequenti. Proibito esporre un agnello o un pollo o un coniglio morti, al massimo possono essere esposte fettine della loro carne. Il motivo addotto per tale direttiva è che i bambini si impressionano a vedere animali morti. Anzi, occorre che la morte tout court sia rimossa dalla loro visione perché quelle bestie fanno parte del loro immaginario, delle loro favole e non devono rientrare in nessuna realtà truculenta.
L’editto, in realtà, convalida un comportamento già presente in molte famiglie: quando il nonno si ammala e muore, quel dolore, quella trasformazione del corpo, quel decadimento fatale, quel lutto devono essere tassativamente esclusi dalla vita di un /a bambino/a che deve vivere in una favola, dove tutto esiste in quanto inventato. Anche il funerale viene bandito dalla sua realtà e immaginazione. Per questi adulti il luogo più adatto dove un /a bambino/a dovrebbe crescere. Una teca, protetto/a da tutto in quanto tutto è potenzialmente contaminante: lo spirito quanto il corpo, il pensiero quanto la carne. L’ideale per molti genitori è far crescere i propri figli in una sorta di reparto di rianimazione, dove anche l’ultimo acaro è stato debellato. Prevale un’idea di assoluto “candore educativo”.
Sono gli stessi adulti a pensare corretto per un bambino passare ore alla playstation con giochi violenti, ma pur sempre virtuali. È la realtà il nemico che vogliono combattere.
Non si tratta soltanto di ipocrisia, ma di una paura introiettata da parte di chi educa e proiettata sui più piccoli. Ci si convince che un bambino debba vivere solo esperienze virtuali in quanto l’adulto di riferimento non è in grado di spiegare cosa significa dolore, pena, passione: una vita anestetizzata è meno faticosa e problematica da spiegare rispetto a quella reale. E la passione diventa così un concetto edulcorato, insapore, idealizzato e irreale.
L’assessora sarà stata mossa a pietà, ma ha dimenticato che un bambino deve vivere nella realtà e che un adulto deve essere capace di tradurle in termini comprensibili, non ingannevoli o censori. […]
Perché ci dobbiamo arrendere a vivere un’esistenza che somiglia a una fiction?
Che cosa ci fa paura? Possibile che il progresso e il benessere abbiano infiacchito l’uomo invece di renderlo più forte e determinato? E se riuscissimo a eliminare tutto ciò che ci fa paura, di che cosa vivremmo? Se uccidiamo tutti i lupi mannari e ne nascondiamo i corpi, vivremo davvero più sani e felici?
E se, infine, dovessimo scoprire che quelle paure altro non sono e non possono essere che grandi metafore della vita, compresi i lati oscuri che non vorremmo vedere? Le favole di Esopo, Andersen, dei fratelli Grimm o di La Fontaine avevano proprio questo di prodigioso: contenevano l’essenza della vita, al lordo del dolore, del terrore, delle nostre infinite debolezze e paure umane, e costruivano anticorpi contro le umane fragilità.
Insomma, la paura come antidoto, protezione. Un bambino che non la conosce crescerà fragile, alla mercé del primo evento luttuoso della sua vita. Ma soprattutto la paura, come dolore, è esperienza fondamentale per capire il senso della nostra esistenza: i nostri limiti, il cambiamento del corpo e l’invecchiamento. Un uomo può dirsi davvero forte soltanto se ha riconosciuto la propria fragilità e dunque la passione che se ne può ricavare.
Invece, molti manifestano il proprio disagio nei confronti di tutto ciò che vivono come difetto. L’imperativo per una certa cultura falsamente edonistica è la perfezione: ossessione curata e protetta dai nuovi dettami della moda. […]
In una società sempre più anziana, molti rincorrono il mito dell’eterna giovinezza che vogliono mostrare nel corpo, nel modo di atteggiarsi.
Abbiamo paura di tutto, compresa la nostra esistenza, che vorremmo da un lato prolungare all’infinito, dall’altro preservare da ogni aspetto doloroso: dalla morte di un parente o un amico al parto che deve essere solo cesareo, fino all’anestetizzazione della vita compiuta e proposta ai nostri bambini. I piccoli non devono cadere più dalla bicicletta né correre il rischio di ferirsi giocando.
La naturalezza della vita abolita a favore di un’esistenza sterilizzata e blindata, dove la parola “passione” è depotenziata a sentimento superficiale, a un inciampo troppo realistico. Invece la passione unisce e completa, la paura isola e amputa il tessuto sociale.

Con te e senza di te

Conferenza libera

Dinamiche palesi e nascoste agiscono all’interno di ogni relazione di coppia: due mondi diversi che cercano una dimensione comune vivendo l’esperienza della vita insieme. Infinite variabili mettono costantemente alla prova la sua stabilità e ognuna di esse ha un peso diverso per ciascun partner.

È quindi utile, se non importante, individuare quali sono le componenti che trasformano un’amicizia in qualcosa di più, comprenderne i movimenti e i sogni che vi sono collegati.

Cosa significa “essere coppia”?

Questo incontro è dedicato a chi è in coppia e a chi non lo è, per una visione che può aprire nuove possibilità per ciascuno.

“Nec tecum possum vivere, nec sine te”

  Marziale – Epigrammi Libro XII

 

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